Parte Uno – Sogno, ma forse no.

Aspetto ad aprire gli occhi. 

Temporeggio. Svegliarsi, in fondo, non è questo? Aprire gli occhi. Ma io non ne ho alcuna intenzione, non voglio. Non ancora per lo meno. Nonostante sia ormai quasi del tutto cosciente, preferisco rimanere ancora un po’ in questo limbo tra il sonno e la veglia. Questo spazio, in attesa di indossare i ricordi mentre i sogni sfumano lentamente. 

I sogni fuggono via non appena la realtà ci bussa alle palpebre. Non c’è posto per entrambi.

Ancora un attimo. Mi rigiro tra le coperte, nella speranza che queste riescano a proteggermi dagli impegni quotidiani che si fan sempre più pressanti, man mano che le lancette scorrono verso l’avvio di un nuovo giorno. 

Tic. Tac. Tic. Tac. 

Eppure comincio ad avvertire che c’è qualcosa che non va. Ci ragiono ad occhi chiusi, si, ma ci ragiono. Il ticchettio dovrebbe essere più vicino. Forse ieri sera, prima di coricarmi, ho allontanato la sveglia, spostandola dal comodino alla scrivania? Non mi sembra. E francamente la cosa mi interessa poco. Preferisco concentrarmi e cercare di trattenere i sogni della notte, ma è impossibile. So cosa mi aspetta. Stamattina ho una riunione nella nuova sede distaccata: l’azienda ha acquistato un nuovo software e a me tocca gestire il corso di aggiornamento. I miei colleghi mi guarderanno con malcelata antipatia come se questo nuovo carico di lavoro fosse una mia scelta. A pranzo devo correre in ospedale: so che mia sorella si rattrista a mangiare in solitudine quello schifo che le propinano: la mia compagnia allevia il fastidio rabbioso che prova per essere costretta a letto. Io, dal canto mio, quasi la invidio. Il pomeriggio rientrerò al lavoro piuttosto nervoso: ho un appuntamento con il direttore in persona. La sera dovrò pulire casa, sto rimandando da troppi giorni e non guadagno abbastanza per potermi permettere una donna delle pulizie. O meglio, potrei, ma preferisco spendere i miei soldi in un altro modo. Una volta, anni fa, ne avevo una: si chiamava Zeituna, veniva dal Mozambico. Era brava e onesta, eppure l’idea di questa sconosciuta che mette mano tra le mie cose mi procurava un misto di imbarazzo e offesa. Dopo cena vorrei svagarmi un po’ e invece dovrò mettere mano tra le carte del mutuo: lunedì ho appuntamento in banca. 

Vi sto tediando, vero?

A voi non interessa dei miei travagli quotidiani perché avete già i vostri, che vi appesantiscono. Travagli e impegni come una zavorra che impedisce ai pensieri di librarsi in aria, leggeri. O forse, chissà, a qualcuno di voi questi obblighi costanti servono, proprio per tenere la mente ferma e occupata, ancorata alla terra, timorosi della vertigine che l’aria tersa  può provocare. Come chi si addormenta con la TV accesa perché ha il terrore del silenzio. 

Tic. Tac. Tic. Tac.

E va bene. Basta. Devo alzarmi. 

Devo? 

Attendo ancora un attimo prima di aprire gli occhi. Di nuovo quella sensazione che qualcosa che non torni e non è solo la distanza del ticchettio. E’ un problema di luce. Nonostante le palpebre siano ancora serrate, avverto una minore quantità di luce rispetto al solito. Perché anche a occhi chiusi qualcosa del mondo là fuori la possiamo avvertire comunque, vero?  Amo addormentarmi con gli scuri lasciati schiusi. E’ così bello svegliarsi con la luce naturale del sole. E allora, questa oscurità che mi attende oltre le palpebre a cosa è dovuta? Può essere che sia semplicemente una brutta giornata, e le nubi fanno già solidale compagnia ai doveri che m’attendono. I doveri! Dio mio, che ore saranno? Ecco, la paura di essere tardi mi desta completamente, il battito del cuore accelera, i sogni sono un ricordo sbiadito e oramai estraneo e quindi inutile. Il corso d’aggiornamento ha preso il sopravvento. Il corso di aggiornamento ha vinto. 

Apro gli occhi. 

Oh merda. 

Questa non è la mia camera da letto. La poca luce non mi permette di distinguere i particolari, ma sono certo che questa non è la mia camera. Perfino l’odore è diverso. Ecco cos’era che non mi tornava: l’odore. Mi ricorda l’acciaio. Non solo. Questo non è il mio letto. 

Comincio ad avere paura e adesso i ricordi sono l’unico appiglio: ho cambiato casa da poco? Sono in trasferta per motivi di lavoro e questa è semplicemente una camera d’albergo? O mi sono svegliato nel corpo di qualcun altro? Ma che diavolo sto dicendo, non è possibile. Ci deve essere una spiegazione razionale, devo soltanto farmi forza, svegliarmi del tutto e mettere giù i piedi dal letto. 

Lo faccio, dico, mi metto seduto e lascio che i piedi nudi tocchino il pavimento. Freddo. Lo osservo, poi vi poggio il palmo della mano. Metallo. Tutta la stanza sembra fatta di metallo, o qualcosa di simile. Accanto al letto c’è un ripiano pieno di pulsanti, li ignoro. Mi sollevo in piedi e la fatica è tanta, come se con questo semplice gesto avessi esaurito tutta l’energia che mi sarebbe servita per l’intera giornata. Vorrei ridistendermi subito e tornare a dormire, ma come faccio? Ho questo problema da risolvere: dove cazzo mi trovo? La stanza è spoglia, quasi quanto me, abituato a dormire nudo. L’unica finestra, sulla parete di destra, è in realtà un piccolo oblò, come quelli delle navi. Ecco, forse mi trovo su una nave da crociera. Ma non ricordo alcuna vacanza in programma, e poi le crociere non mi sono mai piaciute: tutto quel tempo passato in coda e quella sensazione di essere parte di un gregge che deve divertirsi a comando altrimenti il pastore s’incazza. 

Un letto, il ripiano con i pulsanti, l’oblò, un tavolino e una porta. Altro non c’è. L’oscurità che penetra dall’oblò lascia intendere che sia ancora notte, ma come è possibile. Il mio ritmo circadiano è sempre stato preciso: se ho aperto gli occhi significa che è mattino e io avrei già dovuto mettere su il caffè. Mi dirigo al tavolino.  Piccolo, ma di un bel legno scuro: sembra l’unico elemento caldo di questa algida stanza. Prendo in mano la sveglia e mi avvicinò all’oblò dal quale comunque filtra un debole chiarore. La sveglia non è la mia ed è priva di lancette. 

Tic. Tac. Tic. Tac. 

Ma allora il ticchettio da dove viene? Mi affaccio alla finestrella e subito l’orologio mi scivola dalle dita, come pure tutte le mie certezze sul mondo e sull’esistenza. Non è soltanto notte. E’ la notte. Un buio perenne e assordante. 

Resto come sospeso, nudo davanti all’oscurità, senza sapere dove mi trovo e perché. Istintivamente mi porto le mani al volto e lo carezzo, anzi lo tasto, ne seguo le forme, la fronte, gli zigomi, il mento, come a sincerarmi che sì, sono io, sono io e non un altro a essermi svegliato nel mezzo di un buio estraneo. Ecco, almeno io, l’unica cosa che mi resta in questo luogo che non riconosco. 

Indietreggio, piano, come se l’oblò potesse essere pericoloso. Indietreggio fino a sbattere sul tavolino in legno. Lo studio meglio, lasciando che siano le dita a vedere quello che gli occhi ancora non percepiscono. C’è una cosa che non avevo notato prima: un cassetto. Lo apro e vi tasto dentro. C’è qualcosa. 

Un libro

Lo tiro fuori e lo tengo stretto fra le mani. E’ pesante, o meglio, voluminoso. Cerco di leggerne il titolo ma è troppo buio. Un conto sono i contorni, individuabili. Altro i particolari. Quando la luce è poca, i particolari sfuggono sempre e allora ci accontentiamo delle forme generali. Essenziali, si, ma vaghe. Una forma può essere tutto o niente, può nascondere o illudere. Quando gli occhi non bastano è la memoria a riempire gli spazi vuoti. So che è un libro. Faccio scorrere le pagine e il fruscio che ne esce è la prima sensazione familiare che provo da quando mi sono svegliato. Devo capire di cosa si tratta e subito l’attenzione si sposta sulla porta chiusa. Mi avvicino e traggo un profondo respiro. Ho paura. Cerco risposte ma l’occasione di ottenerle mi inquieta. Temporeggio, come prima. Quante volte ho preso tempo, nella mia vita. Quante volte sono rimasto fermo, in attesa, come se avessi davanti a me un tempo infinito e volessi che quest’eternità si concludesse quanto prima, mentre resto, inetto, in attesa di qualcosa che non accade mai. 

Ma non posso farlo ora. Ora devo agire, sapere. Porto la mano alla maniglia (nell’altra mantengo stretto il libro) e mi ci appiglio. Un profondo respiro, ancora, quindi quasi senza che lo voglia schiudo la porta e varco la soglia. 

Sto sognando, ecco, lo sapevo. Non c’è altra possibilità. Davanti a me un’altra stanza vuota. La parete di fronte è quasi interamente occupata da un enorme cupola in vetro oltre la quale si staglia il profilo tondo della Terra. 

La Terra sì, il nostro pianeta. Questa palla azzurra sospesa nel vuoto che abbiamo imparato a conoscere fin da bambini, nelle pagine dei sussidiari, nelle immagini dei documentari. Io e lei, faccia a faccia, nudi. Avverto emozioni mai provate prima. Immaginate un cocktail di estasi e terrore, gratitudine e spaesamento. Magnificenza e solitudine. 

Il libro! A differenza di prima, lo stupore non libera la presa delle dita, ma anzi più  forte è lo sgomento più le mie dita si serrano, stringono forte il volume come se davanti alla vertigine che provo questa presa fosse l’unico punto fermo a cui aggrapparmi per non perdermi del tutto. 

Non mi accorgo che la presa è talmente salda che le falangi cominciano a farmi male. 

Abbasso lo sguardo: il bagliore della sfera azzurra mi permette di leggerne la copertina.

NOVELLE PER UN ANNO di Luigi Pirandello

Ma che cazzo..? 

Pirandello, lo ricordo vagamente. Ci costrinsero a studiarlo a scuola, ma io ero più portato per le materie scientifiche. 

“Pirandello” sussurro ed è la prima volta da quando mi sono svegliato che sento la mia voce. 

Sogno, si, non c’è altra spiegazione. Questa almeno è l’unica che mi permette di non impazzire. I miei sensi, per come sono abituato a conoscerli, mi stanno dicendo che no, questa è la realtà. Il tatto, gli odori, i ricordi della giornata che mi aspetta, il semplice fatto di chiedermi se sto sognando o meno, tutto sembra condurre alla realtà oggettiva. Tutto, tranne quello che vedo. Realtà oggettiva? Ripongo lo sguardo sul libro, sto per sfogliarlo quando avverto una mia presenza alle mie spalle. 

Non sono solo. In questa cazzo di astronave reale che ha la forma di una camera da letto non sono solo.    

(CONTINUA)

Luca Martini

Il calcio dalla sua nascita ha acquistato una notorietà tale da averlo fatto diventare lo sport più seguito al mondo. Dagli Stati Uniti alla Cina, dall’Europa all’America del sud, non c’è luogo nel mondo dove questo sport è sconosciuto. Ma siamo sicuri che può essere chiamato ancora “sport”? I fatti non danno una risposta affermativa. Quali fatti? E allora se non è uno sport, come possiamo chiamarlo?

Per sport, si intende un’attività (livello agonistico o solo come semplice esercizio) che è svolta grazie alle capacità psicofisiche della persona. Ma soprattutto lo sport dovrebbe essere un mondo dove al primo posto ci sono i giusti valori. D’altronde “essere sportivi” significa essere rispettosi, leali, onesti e possedere la passione. Siamo sicuri che il calcio dei nostri giorni ha ancora la facoltà di considerarsi sport (sotto questo punto di vista)? No, il calcio ormai è un business. È inutile che proviamo a girare intorno con discorsi futili, esso ormai è preda del dio denaro. “Vince” chi ha le tasche piene. Questo concetto è facilmente spiegabile grazie a milioni di esempi che fanno capire come la banconota è riuscita a prevalere pure sui valori. Giocatori che si trasferiscono da una squadra rivale all’altra, giocatori che smettono di giocare nel calcio che conta per trasferirsi in Cina (nazione dove vengono strapagati, ultimo in ordine di tempo El Shaarawy venduto dalla Roma alla Shangai Shenua) o giocatori che addirittura scendono di due categorie (Antenucci dalla Spal, in serie A, al Bari, in serie C, società prelevata da De Laurentis lo scorso anno). Il vero e proprio problema però, non è questo. Si è spiegato come chi ha soldi vince, e chi non li ha? Fallisce. In questi ultimi 10 anni, sono fallite squadre dal blasone storico immenso Reggina, Reggiana, Bari, Messina, Modena, Parma, Foggia, Vicenza… Si contano più di 100 squadre. E allora non è il caso di domandarci se questo può essere considerato sport? Dove sono finiti i vecchi valori? Possono essere stati sopraffatti dalla moneta?

Dall’America, all’Asia, passando per l’Europa c’è un nuovo business economico: il calcio, attività agonistica dove il denaro è la prima cosa che conta.

Samuel Marino