a cura di Luca Martini

Parte 6 – Notizie dal mondo

“Signor Caia?”

Apro un occhio solo, quello più vicino al cuscino. O meglio, s’apre da sé, come se qualcuno avesse schiacciato qualche pulsante nascosto nella mia testa. Il mio occhio sinistro si sveglia prima di me. Svegliarsi in fondo non è questo? Aprire gli occhi, o quanto meno, uno dei due.

 “Signor Caia, è in casa?” 

Sento chiamare il mio nome ma faccio finta di nulla. 

Un brivido attraversa il mio corpo e mi accuccio meglio tra le coperte.

 “Matteo Caia?”

C’è qualcuno che mi sta chiamando, si, ma io tergiverso. Questo letto è così comodo. Anzi, accomodante. E’ di quelli che assecondano la forma del corpo, proteggendomi, rassicurandomi. Come il cuscino, imbevuto del mio odore. 

Sento battere sulle tapparelle. Bum! Bum! Bum! I suoni mi giungono però ovattati. O forse sono i miei sensi che si destano poco alla volta. L’udito, con quel mio nome sussurrato o gridato, ancora non capisco. Il tatto, in questo tepore morbido che mi custodisce. La vista…

La vista!

Spalanco anche l’altro occhio e sollevo immediato il capo. Non dico che mi sollevo dal letto, no. No, non esageriamo. Ma sollevo il capo e gli occhi strabuzzano. 

Le tapparelle della portafinestra sono quasi completamente abbassate. Ma quel quasi è sufficiente a lasciare che i brevi spiragli orizzontali filtrino la luce del sole basso del mattino. Su questi fasci di luce che entrano timidi, ma netti, il pulviscolo gioca disordinato. A sinistra, nella penombra, l’armadio in legno di mogano mostra un’anta rimasta aperta, che lascia intravedere qualche vestito gettato dentro con poca cura. Di fronte, la porta che conduce in corridoio è schiusa. Accanto, il grande specchio riflette gli spiragli di luce, amplificandoli. A terra qualche calzetto e fogli di giornale. 

Camera mia!  

Bum! Bum! Bum!

Intravedo due ombre, oltre le tapparelle. Chi può essere a quest’ora? Non voglio farmi trovare, chiunque sia.

“Signor Caia, è in casa?” 

Rifletto velocemente su quanto miei eventuali movimenti all’interno della camera possano essere notati da fuori. Finché resto nel cono d’ombra e sto lontano dagli spiragli di luce dovrei riuscire a non esser visto. Va bene, azzardo, perché il desiderio di capire chi sia è troppo forte. Voglio vedere, non visto. Credo si dica spiare

Le due ombre sono ancora lì, non se ne vanno. Decido di compiere gesti cauti e lenti, cercando di non fare il minimo rumore.  Scosto le coperte e poggio un piede sul pavimento. Subito avverto il calore del parquet e nella mente s’accende qualcosa che prende il sopravvento. Questo è parquet penso, non acciaio. Ed è un pensiero che mi bussa alla mente così, senza motivo. Forse reminescenze di un sogno che ho fatto. Qualcosa che ha a che vedere con lo spazio, ma non ne sono sicuro. Non mi interessa. I sogni servono a chi dorme. Io invece sono sveglio, cazzo, ed è tutta colpa di questi due disgraziati che s’ostinano a battere contro le tapparelle.

Approfitto del rumore che fanno per scendere piano dal letto e posizionarmi contro la parete, accanto alla portafinestra. 

“Eppure la sua macchina è qua.” Sento dire da uno di loro. 

“Vorrà dire che ripasseremo più tardi.” Gli risponde l’altro. 

Finalmente se ne stanno andando. Aspetto ancora qualche secondo poi mi decido a spiare fuori. Vedo due figure di schiena allontanarsi, raggiungere la strada, salire in macchina. 

Sono poliziotti. 

Poliziotti? E che cosa vogliono da me?

Osservo la camera, come se possa darmi qualche risposta. Le mutande sul pavimento sono un inizio. Me le infilo e poi vado all’armadio, apro pure l’altra anta,  per rovistarci meglio dentro, ma subito mi rigiro, di scatto, in direzione della portafinestra. Non mi sento al sicuro. Forse il loro è solo un bluff, girano l’angolo, e ritornano a piedi. 

Lo sguardo si posa sul comodino: il mio telefono! Attraverso la stanza in mutande, mi vestirò dopo. Forse. 

Accendo il telefono, restando sempre nella penombra. Il piccolo suono che emette mi innervosisce. Ssst! Mi chiede il PIN e m’infastidisce doverlo richiamare alla memoria. Ecco, la memoria è come un cassetto che non voglio aprire. Come questi spiragli di luce che oggi mi sono nemici e non complici. Non ricordo, il PIN, quello si, ma per ora non voglio sapere altro. Un principio di mal di testa rende questa mattina ancora più brutta. Che brutto risveglio accidenti. Vorrei tornare a dormire e fregarmene, magari tirando giù del tutto la tapparella così che il buio totale possa coccolarmi come questo letto sfatto. Ma se lo facessi tradirei la mia presenza in casa. Subito questi pensieri vengono interrotti dalla vibrazione continua del telefono. Trentatré messaggi. 

Ma cosa diavolo…? Sono tutte chiamate ricevute mentre era spento. Tutte del mio direttore. Cosa cazzo sta succedendo? Dovrei essere al lavoro? Che giorno è oggi? Forse è domenica. Non lo so, ma se non mi fossi presentato al lavoro non sarebbe lui a chiamarmi. E certo non lo farebbe per trentatré volte. Rifletto un attimo. Deve essere successo qualcosa. Qualcosa di grosso. 

Un grosso guaio.

Ancora quella sensazione di avere fatto uno strano sogno, e questo mal di testa, sempre più forte. E più circoscritto: sulla parte alta della fronte, come se avessi sbattuto contro qualcosa. Mi porto allo specchio e mi scruto il viso. Non c’è niente. La mia faccia, quella sì, assonnata. Ma null’altro, nessun bernoccolo, nessuna ferita. Fisso il telefono, ancora stretto in mano, e decido di spegnerlo. La paura che il direttore possa chiamarmi proprio ora è tanta, io non saprei cosa dirgli ecco. Non voglio parlarci. Magari domani, e m’inventerò una scusa. Le scuse, già, la prova che non siamo soli, su questa terra, e che abbiamo delle responsabilità nei confronti di chi ci vive accanto. Ecco, a cosa servono le scuse, a scansare questa responsabilità.       

Il mio sguardo si posa ora sull’armadio, ora sul letto. Non so che fare. Mi capita a volte di restare sospeso, in mezzo alla stanza, minuti interi, ore. Anche giorni, anni. Sospeso in piedi, in mezzo alla stanza, in attesa di decidere cosa fare. In attesa in realtà che il tempo passi. Che oggi divenga domani. Rinuncio a vestirmi e mi ributto a letto. Qui nessuno potrà tediarmi, o farmi del male. 

Il telefono è spento, la casa silenziosa e ben chiusa. E’ come se non esistessi e questo mi fa stare bene. Oggi va così, domani, magari…

O anche più tardi, quando mi sveglierò di nuovo. Si perché ora vorrei tanto riaddormentarmi e privarmi così non solo di tutto il mondo fuori, ma anche di questi pensieri fastidiosi, come il mal di testa che non mi abbandona. Basta. Buona notte, o forse dovrei dire buongiorno ma questa per me è come una notte. Una lunga notte, un grande scialle nero che si adagia sopra ogni cosa. Il termine scialle nero solletica ancora la mia memoria quando sento suonare al campanello. 

Driiin. Driin. 

Oh merda, ancora. E’ la polizia? Sono già tornati. Evidentemente anche stamattina devono aver fatto così: prima hanno suonato alla porta di casa, ma non trovando risposta sono passati per il cortiletto interno, fino a raggiungere la camera sul retro. Possono farlo, senza un mandato?

Driin. Driin.

Lo rifaranno? Devo approfittarne ora, scendo veloce dal letto e, così come sono, esco dalla camera e attraverso il corridoio. Giunto in sala mi blocco: ora devo fare piano, pianissimo. Nessun rumore. 

Io non sono in casa. Io non esisto.

Raggiungo la porta e con gesto da chirurgo, sollevo lo spioncino. 

Spioncino, curiosa parola. Non esisto eppure spio. 

Laura! E’ Laura, mia sorella. Dovrei spalancarle la porta, eppure c’è qualcosa che non va. E’ la sua espressione: sembra irata, o meglio, appesantita da qualcosa. I lunghi capelli biondi le cadono disordinati oltre le spalle, e gli occhi, dio mio, gli occhi sono lucidi e non riesco a capire se perché ha pianto o per la collera che cerca di contenere.

Driin. Driin. 

Si aggrappa al campanello, guardando spesso in strada. 

“Matteo! Matteo! Lo so che ci sei, maledizione apri!”

M’impietrisco, lì, sulla porta, ingobbito allo spioncino basso. Trattengo il respiro ché ho il terrore che lo possa udire. Perché a dividerci è solo questa porta chiusa. 

“Matteo dove sono i soldi? Dove cazzo hai messo i soldi!” 

Laura fissa la porta e per un attimo ho come la sensazione che stia vedendo il mio occhio muto aggrappato allo spioncino. Ciononostante non mi muovo. Passano attimi infiniti fino a quando, finalmente, la vedo allontanarsi. 

Attraversa la strada diventando sempre più piccina. Esce dalla visuale.

Mi sollevo dritto e riprendo a respirare. I soldi? Quali soldi? 

Sento freddo, lunghi brividi m’attraversano il corpo e vorrei tornare a letto ma appena mi volto la sala si dilata, lentamente ma inesorabilmente, ogni cosa è più lontana, tutto si distanzia da me ed io allora mi distendo ma il freddo è tagliente e mi toglie il respiro fino a chiudermi in posizione fetale. Galleggio, ché anche il pavimento ormai è lontano, laggiù, nel vuoto più assoluto.

Spalanco gli occhi.

La camera d’acciaio dell’astronave si mostra in tutto il suo algido silenzio. 

No. No ti prego. 

Scendo dal letto e riconosco subito quella sensazione fredda sulla pianta del piede. Mi porto all’oblò e nel suo riflesso scorgo la ferita sulla mia fronte. Oltre, il buio permea ogni cosa. 

(CONTINUA)

a cura di Luca Martini

Parte 5 – Come uno scialle nero 

“Credo di avere finalmente capito chi siete. E non vi piacerà affatto.”

‘Gigì mi punta con aria severa.

“Prima però sarà meglio che questa la prenda io” dice sfilandomi la pistola dalla mano, con un gesto cauto, lento, come se temesse una mia reazione. “Ho assistito a troppe tragedie in vita mia, voi capite, non ne voglio di altre.”

Continua a puntarmi. Ed io punto lui. Questa sua ultima frase mi ronza nella testa come una mosca fastidiosa. Ha insistito su quella parola: tragedia, ne sono sicuro. L’ha enfatizzata. Forse il tono o magari quella piccola pausa, non saprei, so solo che continua a fissarmi come se dovessi sentirmi in colpa. 

“Avanti, sentiamo” dico io, leggermente infastidito. 

“Ma come, non lo avete ancora capito? E’ così evidente” risponde lui.

“No, non ho capito un cazzo, non c’è nulla di evidente in questa storia.”

“Eccolo! La storia! Quale storia? La mia?” dice lui facendo oscillare la pistola davanti ai miei occhi “o la vostra?” Quindi se l’infila nella tasca della giacca e resta in silenzio.

Io e lui, sull’uscio. ‘Gigì verso la stanza, io in camera. Ancora quello sguardo, a mettermi soggezione. Mi fa sentire come un bambino che ha combinato un grosso guaio. Uno di quei guai che nessuna menzogna potrà mai nascondere. Un guaio importante. 

Una tragedia?

“No, io non so niente.”

“Esatto! Ed è tutto qui il vostro…” s’interrompe. Le sue rughe si fanno ancora più marcate, cingendo il volto in una smorfia paurosa. Si volta e mi lascia lì, ma continua a blaterare, solo, alle pareti della stanza, al vetro della cupola, alle stelle del cielo. 

“Siete venuto qua, come tutti gli altri, anzi, peggio, loro almeno usavano la cortesia di venire a bussare alla porta del mio studio. Voi no, neppure questo. Mi avete trascinato qui, a bordo di quest’astronave, lontano da tutto e da tutti e lontano anch’io, dalla vita, ché m’ero abituato ormai a essere solo un ricordo o magari un geranio che s’affaccia alla sera. E invece no, eccomi ancora con questi maledetti abiti e questo corpo,  ancora costretto in una forma e tutto questo perché?”

Si ferma di scatto e mi squadra dal basso all’alto.

“Per costruire voi.” Mi squadra ancora, schifato. “Ebbene no! Io mi rifiuto!”

Ma di cosa diavolo sta parlando? Costruirmi? Costruire cosa?

Avanzo verso di lui, anche se non vorrei lasciare la camera. Ora sono io ad avere uno sguardo minaccioso. Noi uomini abbiamo dovuto imparare presto a fare uno sguardo così. Una minaccia che sale dal fuoco che abbiamo dentro, dalle viscere di un animo in collera ma che basta niente perché si riveli solo un pericoloso bluff. Attori. Perché la collera nasce dalla paura.

Sento il sangue alla testa mentre mi avvicino a lui di un altro passo. 

“Hai detto di sapere chi sono e allora dimmelo. Dimmelo ora.” Un passo ancora. “Maledizione e basta con questi discorsi del cazzo!”

Lui non indietreggia, anzi, mantiene la posizione. Fermo.

“Siamo arrivati a questo, sì? Alla scurrilità? Benissimo, ma sappiate che io sono siciliano e tengo una memoria molto lunga, per certe cose.” 

“Cosa vuol dire?”

“Che se mi mancate di rispetto qualcosa, qua dentro” dice indicandosi il petto  “s’incrina per sempre, e non si rimargina più. Quindi badate bene, in futuro, magari molto presto, potreste pentirvene.”

Avanzo ancora. Sembra non temermi. “Io voglio solo sapere chi sono.”

Può la collera tramutarsi in pianto? La mia ci prova, forse, ma non glie ne do tempo. E non glie ne da neppure ‘Gigì, che subito risponde, glaciale.

“Voi siete un personaggio.” 

Io mi blocco, interdetto. “Cioè? Sono simpatico, vuoi dire?”

“No” risponde cinico. “Voi siete un personaggio. Non so ancora quanto simpatico, non mi sembra molto. Siete solo un personaggio. Uno tra tanti. Uno di troppo. Io ho smesso, mi dispiace.”

“Io, un personaggio. Ma cosa dici?”

Davvero, non riesco a capire.  

“Ma si, si, non lo vedete? Possibile che non riconosciate gli indizi! Un personaggio appena abbozzato, vago.” Ora avanza lui. “Io avevo dato indicazioni precise a quelli come voi, in cerca d’autore. Regole dettagliate. Voi le avete infrante tutte! Guardate dove mi avete trascinato. Oh, a scavare bene forse ne uscirebbe qualcosa di interessante, ma non mi riguarda.”

“Che puttanate assurde stai dicendo? Io non sono un personaggio, io sono una persona. Una persona vera, cazzo. Ma come ti salta in mente una cosa del genere? Come puoi solo pensarlo?” Di nuovo il sangue ribolle da qualche parte nelle viscere del mio corpo. Mi tocco il braccio, con forza, e poi il petto, mi massacro il viso con le mani come se la materia di cui son fatto potesse zittirlo all’istante. 

Mi tocco tutto. 

“Io sono vero, lo vedi, maledizione!”

Solleva di poco il sopracciglio sinistro, continuando a fissarmi. “Confermo, un personaggio talmente poco definito da non sapere nemmeno qual è il dramma suo.”

“Io, io…”

“Tu, Tu…” Mi canzona, ha vinto. Tutto il sangue che doveva tramutarsi in collera si nasconde sotto una cavità carsica e mi abbandona. 

“Voi non avete un nome! Non avete una storia! Solo questi due vani angusti, in uno spazio troppo grande! Senza nome né storia, pretendete che ve li dia io! E io non ve li do, ecco!”

A separarci è meno di un metro. Il sangue riemerge negli occhi e m’impedisce di vedere. 

“Io non sono un personaggio!” Urlo gettandomi su di lui. Lo prendo per il bavero della giacca, lo strattono. 

“Io non sono un personaggio!” Insisto aggrappandomi con maggiore forza al suo corpo. Lo strascino per la stanza. E lui me. Balliamo in una lotta goffa, tutto accade al rallentatore e allo stesso tempo in un impeto non governabile. Spettatore delle mie azioni, altro che personaggio. 

“Lasciatemi!” prova a schermirsi lui ma la differenza d’età gioca a mio favore. Ora glie la faccio vedere io penso e subito quelle parole serrano la mia mano in un pugno, sferrato in pieno volto.

Lui perde l’equilibrio accennando un urlo che si spegne non appena tocca terra con un tonfo sordo, lo vedo sbattere la testa.  

“Io non sono un personaggio!” Ribadisco infine a quel vecchio stramazzato a terra, inerte, gli occhi chiusi. Morto.

Morto?

Solo ora sento il mio respiro, affannato. E’ come se uscissi da una lunga apnea. Che cosa ho fatto? Distolgo lo sguardo. Quella colpa che avvertivo prima, ora assume di significato. Ho combinato un guaio. Un grosso guaio. 

E’ stato un attimo. Non era mia intenzione. Resto col volto appeso alle spalle ingobbite, sospeso, a metà tra la porta della camera e lui steso a terra. C’e silenzio, ora. Un silenzio che è come una coltre, come uno scialle nero. Non lo voglio guardare, ne avverto la presenza con la visione laterale e già questo mi è insopportabile. Che cosa ho fatto? 

Corro in camera e chiudo la porta. Con le dita tremanti cerco la serratura nella speranza che ci sia una chiave. Non c’è. Il pensiero corre alla pistola, rimasta nella tasca della sua giacca. Mi porto allora accanto alla scrivania e inizio a spingerla. E’ pesante, il suono che produce trascinando sul pavimento in acciaio stride nelle mie orecchie e ho come il terrore che possa sentirlo anche lui, che lo possa svegliare. 

No, è morto. Hai combinato un grosso guaio.  

Ecco, giro la maniglia e provo a tirare verso di me per sincerarmi che la porta resti chiusa. Si, ora sono al sicuro, penso osservando la mia tana. Vengo attratto dall’oblò e mi affaccio all’oscurità. 

La Terra è lontana, oramai una fiammella azzurra che si mostra fioca al buio della notte. Quella che chiamiamo notte in fondo non è altro che l’universo. Come uno scialle nero, ricopre ogni cosa.

La Terra è sempre più lontana, già. Io avevo una sorella e un lavoro e una casa e sì, io avevo una vita. Una vita mia. Può il sangue delle viscere tramutarsi in pianto e far della collera solo dolore? Un dolore indicibile, uno scialle nero pesane, gigante, che m’avvolge tutto e mi soffoca e ovunque guardi e ovunque vada vedo solo buio introno a me. Dov’è quella fiammella? Quella piccola luce, in tutto questo vuoto, potrebbe forse bastarmi. Mi ci aggrapperei con tutte le forze e ne farei un bagliore caldo, diffuso. Una sorella che ha bisogno di me, un lavoro noioso, una casa nuova. Sono i miei unici ricordi e sbiadiscono. Sono sempre più lontani e ineffabili, come quel puntino azzurro. 

Sono stanco. Mi trascino a letto. Ho voglia di dormire. Di dormire a lungo, più a lungo di quanto è lunga questa notte senza luce. Disteso, è come se le lacrime trovassero più facilmente la via d’uscita. Piango, si, e mi serve e non me ne vergogno. Piango in silenzio per non disturbare nessuno. Piango un dolore che non mi inquieta anzi, un dolore che placa lo spirito e distende i nervi. Ora mi addormenterò, penso, e quando mi sveglierò sarò nel letto di casa mia e riavrò la mia vita. Ripenserò a questo strano sogno ma tutto svanirà in fretta, vinto dagli impegni della giornata che mi aspetta. Ecco, sento il sonno arrivare, mi svuota ed io mi abbandono a lui. Un attimo. Solo un attimo, prima di perdere coscienza il battito del cuore accelera, la mente si ridesta d’improvviso  e l’adrenalina pervade ogni cellula del mio corpo. 

Matteo Caia!

Un nome. Il mio nome. Mi sollevo e con un gesto rapido scosto le lenzuola come un morto che si disfa del sudario, fisso la porta chiusa, come se questo fosse sufficiente a spalancarla. Probabilmente accenno un sorriso. 

Io mi chiamo Matteo Caia.

 (CONTINUA)

A cura di Martini Luca

Parte 4 – Formalità 

“Forse, ecco, a volte parlo troppo. Vi prego di perdonarmi, non vorrei essere stato io, con le mie piccole riflessioni, a procuravi tutto questo dolore. Questo sangue che continua a colarvi dal volto, voglio dire. Voi intendete vero? A farvi impazzire, ecco si, è un attimo.”

“Ma io non sono pazzo!”

“No, no, certamente. Lo siete solo sembrato, per qualche momento. Ma ciò che sembra non necessariamente è ciò che è, dico bene?”

“Credo di si.”

“E allora prego, venite, accomodiamoci di là, dove possiamo sederci e fare il punto della situazione, che dite?”

“Il punto della situazione” ripeto io, come un burattino. E come un burattino mi lascio trascinare in camera mentre tengo ancora la sua pochette premuta contro la ferita sulla fronte. Lui scosta la sedia della scrivania per sedervi, ma prima mi adagia ai piedi del letto. Ho la sensazione che si muova con molta più naturalezza rispetto a me, nonostante sia io ad essermi svegliato qui. Tra noi due, l’estraneo, quello di troppo, sono io e non lui. Lui sa cose che io non so. E sembra voler centellinare in maniera esasperante tutto questo suo sapere. Almeno, questo è quello che avverto io, mentre lui si piazza seduto davanti a me e allarga le braccia come a dire bene, eccoci qua; gli occhi gli brillano ancora di quella luce giovane e curiosa. 

“Allora, dimenticate tutto quello che vi ho detto e ricominciamo. Presentiamoci si, e vedrete come c’intenderemo a meraviglia!”

“Si, va bene” dico io. 

“Allora, mi chiamo Luigi Pirandello, figlio di Stefano Pirandello e Caterina Ricci Gramitto. All’anagrafe, almeno, scrissero così. Ma io, come voi, sono uno, nessuno e centomila.”

“Che significa?”

“Ci stiamo presentando, giusto? Formalità! Benissimo, allora sappiate che quello che avete davanti è un Pirandello tra tanti. Vedete, io sono stato uno sconosciuto per mia moglie, esclusa dai miei pensieri e dal successo delle mie opere; un docente severo ma affascinante per le studentesse del Magistero; un impiccio fastidioso per il regime e potrei continuare all’infinito. Tanti Pirandello, quanti sono gli occhi che mi guardano e che mi danno vita. Per me, quindi, nessuno. Anche adesso, voi che mi state fissando in questo modo, che vita mi date? Chi sono io per voi? Avanti, senza timori, costruitemi!” 

La camera, così austera, sembra ascoltarci.  

“Quello che ho davanti…” ripeto io.

“E’ un Pirandello tutto vostro” conclude lui.

La camera è in ascolto, si, lo avverto nell’aria che s’impregna delle nostre parole, le assorbe, e ne fa silenzio. 

“Un Pirandello tutto mio.”

Un silenzio che è come un oceano infinito, come questo spazio buio e le nostre parole non possono che perdersi e andare alla deriva, nel vuoto. E allora, tanto vale. 

“E va bene, giochiamo. Intanto Pirandello non mi piace. Sembra il nome di un gioco per bambini. Dai giochiamo a Mosca Cieca, no dai giochiamo a Pirandello. Ti chiamerò, vediamo, ‘Gigì.”

“Gigì! Ma che meraviglia! State andando benissimo, avete visto? Ma prego, continuate, che altro?”

“Sei uno scrittore studiato a scuola, questo si. Ma se sei qui ora è per aiutarmi. Io…” sollevo le mani e mi guardo attorno “io ho un problema ecco. Come puoi vedere. E tu sei qui per aiutarmi a risolverlo. Si.” 

Lo fisso, strizzando gli occhi, concentrandomi, e a lui questa espressione deve sembrargli buffa. Accenna un sorriso e allunga la mano.

“Allora piacere,‘Gigì. Voi, siete?”

Resto interdetto. 

Chi cazzo sono io? Ho un vuoto. 

Di nuovo questa parola: vuoto. 

‘Gigì è ancora con il braccio sollevato, in attesa che io mi presenti. Ma non ce la faccio. Non riesco a ricordare. E va bene. Calma. 

Mi sono svegliato ormai, quanto sarà? Due ore fa? Avevo ancora il ricordo del sogno, o forse erano i pensieri della giornata che mi aspettava? 

“Io, al momento, non ricordo il mio nome.”

‘Gigì abbassa il braccio, deluso. Io riprendo a parlare come per giustificarmi. O meglio, lascio che i ricordi affiorino ad alta voce. 

 “Avevo un appuntamento di lavoro stamattina, una cosa importante. Aveva a che fare con un software. E poi… mia sorella! Ho una sorella sì, ed è in ospedale ma non ne ricordo il motivo.” Vorrei aggiungere un “mi dispiace” ma quello che provo non è dispiacere, è angoscia. E’ come avere un piccolo muro davanti alla mente, so che oltre ci sta tutto quello che sto cercando eppure non riesco a scavalcarlo e questa angoscia diventa subito rabbia. 

“Io ho un lavoro, e una sorella e una casa, sì maledizione, ho una casa nuova e oggi sarei dovuto andare in banca, si! Ora ricordo, per certi documenti da firmare…”

“Che altro?”

Il muro che mi blocca la mente è piccolo, io lo so che è piccolo, eppure, al momento, insormontabile. 

“No, non ricordo altro.”

“Benissimo” dice lui alzandosi “sono qua per aiutarvi, vero? Allora cominciamo perlustrando da cima a fondo questa astronave.”

“Che vuoi perlustrare? Ci sono solo queste due stanze.” Mi alzo anch’io, portandomi l’indice alla tempia. “E’ qua dentro, che dovresti perlustrare.” 

“Ancora con quest’aria da pazzo. Ma non pensate di spaventarmi. Quindi, ci sono solo due stanze ma quanto sono buie! Possibile che non si possa accendere una luce qui dentro?”

“Un momento!” Grido io, come se quelle sue parole avessero acceso un piccolo lume nella mia testa. “Ci sono dei pulsanti qua, vicino alla testata del letto. Li ho notati prima, quando mi sono svegliato.”

“Ecco, vedete. A scavare nel  buio si trova sempre qualcosa. Vediamoli.”

Il ripiano dispone in tutto di otto pulsanti, di dimensioni diverse. Due di questi hanno la classica forma dell’interruttore a muro. Io e ‘Gigì ci guardiamo, lui annuisce, quindi li premo entrambi. 

E luce fu. 

Torniamo a guardarci, lui esplode in un sorriso compiaciuto ed io vorrei quasi abbracciarlo ma mi trattengo. Subito l’attenzione si sposta sull’angolo sinistro della parete di fondo. Impilate su due colonne stanno dieci casse d’acqua, da sei bottiglie ciascuna. Dovrebbero rincuorarmi, forse, e invece non so perché mi spaventano. Mi avvicino mentre vedo ‘Gigì andare nell’altra stanza, anch’essa illuminata, ora, a giorno. L’acqua, la riconosco, è della marca che compro solitamente. Anche questo particolare mi spaventa, senza che ne riesca a capire il motivo. 

“Forse fareste bene a raggiungermi qua” dice ‘Gigì e non faccio in tempo a varcare la soglia che mi blocco stupito.  

Diamine. 

Non me ne ero accorto, ma la parete di sinistra rispetto alla cupola è interamente coperta da un drappo rosso. Un sipario, grande, elegante, anzi maestoso, di quelli che si vedono nei teatri importanti. ‘Gigì è piazzato alla sua estremità, e stringe in mano uno dei lembi della corda spessa che pende giù dritta. Mi fissa eccitato, in attesa di un mio cenno: “Che faccio, apro?” Il mio capo annuisce impercettibilmente, ma tanto basta. ‘Gigì tira il sipario, a fatica, mentre il ronzio disvela pian piano la parete celata dietro. Non c’è nulla, solo il muro e la delusione che provo si tramuta ancora in quel sentimento di angoscia  e rabbia. 

Solo un muro, come quello nella mia mente. 

“Oh avanti, non perdetevi d’animo. Cerchiamo ancora, c’è dell’acqua vero? Benissimo, da qualche parte ci sarà pure del cibo. Io continuo a cercare qua voi in camera, d’accordo?”

Le due stanze sono spoglie, cos’altro potrebbe esserci che non abbiamo ancora visto, penso, ma appena rientro in camera la mia attenzione si sposta sulla scrivania. Torno ad aprire il cassetto dal quale tirai fuori il libro di novelle: no, non c’è altro. Sto per tornare di là quando mi accorgo che il bordo basso del tavolo sporge in maniera eccessiva rispetto agli altri lati. Quindi lo sollevo e scopro così un altro vano. Dev’essere una di quelle scrivanie chiamate secretaire. Servono a nascondere, a celare segreti, a ingannare chi si accontenta della superficie. Il vano nascosto è colmo di scatolette di cartone, simili alle confezioni di medicinali. Io vi getto dentro le mani e subito le dita s’imbattono in qualcosa di duro. Ferro. 

E’ una pistola. 

Si, una cazzo di pistola di merda. 

“Sapete.” Mi giro di scatto. ‘Gigì è qui, a pochi centimetri da me. Il suo volto non sorride più. Le rughe della fronte s’accigliano in un’espressione drammatica. “Credo di avere finalmente capito chi siete. E non vi piacerà affatto.”

(CONTINUA)