a cura di Ferdinando Paviglianiti

Nell’ambito della società democratica era di rilevanza fondamentale una sorta di patto tra i non possidenti e i signori, per il quale questi ultimi potevano dirigere la città democratica, ma dovevano fornire un sostanzioso contributo economico per il funzionamento della comunità.

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Il capitalista, dice Rosemberg usando una terminologia modernistica per rappresentare figurativamente questa realtà, è dunque come una mucca che viene munta fino in fondo e che occorre mantenere con abbondante foraggio affinché possa continuare a produrre latte: quanto più una persona guadagna, tanto più deve allo stato. Proprio per questo il proletariato ateniese nulla ha in contrario ed anzi desidera che il ricco guadagni, anche all’estero quanto più possibile ed è portato a sostenere una politica degli imprenditori imperialistica e volta all’espansione.

Significativo, a questo proposito, è il fatto che, proprio dopo l’ascesa al potere del proletariato, Atene intraprese guerre espansionistiche sia contro i Persiani per la conquista dell’Egitto, sia, nella stessa Grecia, per la conquista delle repubbliche di Egina e di Corinto, sue concorrenti commerciali. I signori, naturalmente, per conquistare potere e prestigio, elargiscono, con generosità il proprio denaro anche direttamente al demo.

Tipico è il caso di Cimone, l’antagonista di Pericle e di quest’ultimo.

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Pericle

Egli, ampiamente possidente, non esita ad aprire i suoi possedimenti al pubblico, lasciando ad ognuno la possibilità di raccogliere i frutti dei campi, offrendo pranzi per tutti i poveri, organizzando feste con possibilità di accesso al consumo della carne e così via, non trascurando di trattare con particolare favore i componenti del suo demo. Pericle, con minori disponibilità economiche, ricorre ad altri metodi per ottenere lo stesso risultato, non esitando ad usare, senza limiti e per fini personali, il denaro delle casse dello stato elargendolo, in vari modi, alla popolazione e superando gli attacchi politici degli avversari con mosse ed atteggiamenti ad effetto.

a cura di Ferdinando Paviglianiti

Il più antico regime democratico prevede la partecipazione all’Assemblea esclusivamente di coloro che godono della cittadinanza. Di fondamentale rilevanza è, quindi, l’accertare chi godesse di essa nella città antica.

In Atene potevano essere cittadini i soli maschi adulti, figli di padre e madre ateniesi liberi dalla nascita, in grado di combattere e, quindi possidenti, poiché solo chi aveva ricchezza poteva sostenere i costi per l’acquisto delle armi. Di conseguenza una grande parte della popolazione, cioè i nullatenenti ed i figli di un solo genitore libero, erano esclusi dalle funzioni politiche cittadine. Quando, però, sorge in Atene l’esigenza di avere a disposizione una forte flotta e perciò di ricorrere a un gran numero di marinai, si attua una svolta fondamentale nell’individuazione degli aventi il diritto alla cittadinanza, poiché la stessa viene estesa anche ai marinai benchè nullatenenti e pertanto non in grado di armarsi : si può dunque fondatamente ritenere che l’ampliamento della cittadinanza e, quindi, per così dire, una maggiore democrazia, sia strettamente connessa con la nascita , in Atene, dall’impero marittimo.

Due sono i gruppi dirigenti principali che, a questo punto, si formano nell’ambito della città: da un lato una minoranza di signori, gli oligarchi, che si riuniscono in eterìe, che rifiutano l’apporto dei nullatenenti, che non accettano il sistema democratico e costituiscono per esso una minaccia costante; dall’altro coloro che accettano di dirigere un sistema di cui sono parte maggioritaria i non possidenti.


Da tutto ciò emerge la rilevanza fondamentale della cittadinanza, da un lato perché solo chi è cittadino partecipa al potere, dall’altro perché la prevalenza di un gruppo dirigenziale rispetto ad un altro è strettamente collegata ai componenti della cittadinanza, sia come numero che come qualità. Sintomatico è il fatto che gli oligarchi, conquistato il potere, abbiano immediatamente ridotto il numero di cittadini e che i democratici, riacquistato il potere, abbiano escluso dalla cittadinanza i cittadini sostenitori degli oligarchi.

Caratterizzante del regime politico di Atene è anche il fatto che i cittadini, non poche volte pronti a contendersi il bene della cittadinanza, si sono sempre trovati d’accordo, tranne che in situazioni eccezionali, nel non estendere la cittadinanza al di fuori della comunità.

a cura di Ferdinando Paviglianiti

Nel Sesto secolo, in molte città greche, le aristocrazie scacciano i tiranni e ne assumono il controllo politico. Spesso ciò avviene grazie al sostegno anche delle armi di Sparta, che certamente fu centro e modello della aristocrazia greca. Il potere, in tale città, era detenuto dai liberi, cittadini a pieno titolo, dediti innanzitutto all’esercizio della guerra, gli Spartiati. Si trattava di una élite che si contrapponeva alla massa di ceti dipendenti, Perieci ed Iloti.

Tale contrapposizione creava una costante tensione tra le due classi che talora sfociava in contrasti concreti vissuti come una vera e propria guerra. Il sistema spartano, pur suscitando ammirazione negli aristocratici ateniesi e pur essendo oggetto di chiara approvazione ne “La costituzione degli Ateniesi”, primo testo in prosa attica, non è mai stato concretamente realizzato in Atene, tranne che nei due periodi del 411 a.C. e del 404/403 a.C. dopo le sconfitte militari subite nel conflitto con Sparta.

Jones, nell’esaminare i motivi di tale fatto, evidenzia come, in Atene, ben difficilmente gli aristocratici “si sarebbero adattati a una comunità così chiusa e spiritualmente sterile”. In sostanza, in Atene, la nobiltà era grave; era riuscita ad adattarsi ad un “sistema politico aperto” – la democrazia assembleare- nel quale il popolo lasciava ai “signori” il diritto di dirigere lo Stato riconoscendo ad essi il possesso delle necessarie competenze e di determinati valori.

La città arcaica è molto piccola e la popolazione vive in grande parte nel contado interamente dedita ai lavori agricoli. Fino a quando la situazione si mantiene tale, la lotta per il potere è solamente tra i signori che portano le armi, e, a mezzo di esse, esercitano la loro egemonia. Le forme di governo che vengono attuate sono essenzialmente la tirannide l’oligarchia, ben poco distinguibili tra di loro. Ma ,con l’andar del tempo, le attività dei campi si riducono decisamente e, nel sesto secolo circa, una grande quantità di persone affluisce in città prevalendo sui nobili, ormai ridotti a miserabili, e avendo come effetto la nascita della vera e propria democrazia a seguito della spinta della popolazione alla gestione diretta della comunità.

Quindi è da ritenersi che il nascere della democrazia greca non abbia avuto, come presupposto, una innata spinta dei greci verso la politica, ma il concreto verificarsi del fenomeno sopra descritto.


Erodoto sostiene, a tal proposito, che erano individuabili tentativi precedenti di organizzazione di stampo democratico nell’ambito delle comunità persiane. Né vi è motivo per non prestargli fede, considerato che fa riferimento ad eventi concreti ricordando le proposte in senso democratico al momento della morte di Cambise, nonché il fatto che, mentre Dario marciava contro la Grecia, Mardonio, il suo collaboratore, abbatteva i tiranni della Ionia ed instaurava democrazie nelle città.

Di ciò non ci si deve stupire, perché i Greci, che sempre hanno sostenuto la propria superiorità ed autonomia ideologica, in realtà, furono spesso collegati o, per lo meno, vicini ai Persiani, anche nell’esperienza politica. Testimonianze di questi rapporti sono le facili relazioni di alcuni uomini politici come Alcibiade, Temistocle e Lisandro.