a cura di Matteo Covillo

Kobe Bryant è deceduto a causa di un tragico incidente aereo, e insieme a lui hanno perso la vita altre 4 persone, tra cui anche la figlia Gianna Maria. 

La notizia, riportata dai principali mass media Statunitensi è subito esplosa sul web, tra annunci di siti d’informazione e messaggi d’amore di appassionati e colleghi.

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Kobe ​​Bryant Lakers 

Ci lascia una delle stelle della pallacanestro mondiale, vincitore di 5 titoli NBA in 20 anni di carriera con la maglia dei Los Angeles Lakers.

Nel 2015, per annunciare il suo ritiro, aveva scritto una lettera, pubblicata sul The Player’s Tribune, diventata poi un cortometraggio diretto da Glen Keane, col quale aveva vinto nel 2018 un premio Oscar, un Annie Award e un Telly Award.

Questo a testimoniare la grande voglia di affermarsi che ha sempre spinto Kobe dall’inizio della sua carriera, portandolo ad essere una delle icone del basket moderno, addirittura avvicinandosi all’immagine che Michael Jordan aveva impresso nella lega qualche anno prima.

Con questo piccolo articolo voglio darti il mio ultimo saluto, Kobe. Quando riguarderò quel corto, sono sicuro che mi commuoverò.

So che ci guardi da lassù, e che sarai sempre al nostro fianco per incitarci ogni giorno ad essere come te, stella nel cielo alto degli eroi.

Il calcio dalla sua nascita ha acquistato una notorietà tale da averlo fatto diventare lo sport più seguito al mondo. Dagli Stati Uniti alla Cina, dall’Europa all’America del sud, non c’è luogo nel mondo dove questo sport è sconosciuto. Ma siamo sicuri che può essere chiamato ancora “sport”? I fatti non danno una risposta affermativa. Quali fatti? E allora se non è uno sport, come possiamo chiamarlo?

Per sport, si intende un’attività (livello agonistico o solo come semplice esercizio) che è svolta grazie alle capacità psicofisiche della persona. Ma soprattutto lo sport dovrebbe essere un mondo dove al primo posto ci sono i giusti valori. D’altronde “essere sportivi” significa essere rispettosi, leali, onesti e possedere la passione. Siamo sicuri che il calcio dei nostri giorni ha ancora la facoltà di considerarsi sport (sotto questo punto di vista)? No, il calcio ormai è un business. È inutile che proviamo a girare intorno con discorsi futili, esso ormai è preda del dio denaro. “Vince” chi ha le tasche piene. Questo concetto è facilmente spiegabile grazie a milioni di esempi che fanno capire come la banconota è riuscita a prevalere pure sui valori. Giocatori che si trasferiscono da una squadra rivale all’altra, giocatori che smettono di giocare nel calcio che conta per trasferirsi in Cina (nazione dove vengono strapagati, ultimo in ordine di tempo El Shaarawy venduto dalla Roma alla Shangai Shenua) o giocatori che addirittura scendono di due categorie (Antenucci dalla Spal, in serie A, al Bari, in serie C, società prelevata da De Laurentis lo scorso anno). Il vero e proprio problema però, non è questo. Si è spiegato come chi ha soldi vince, e chi non li ha? Fallisce. In questi ultimi 10 anni, sono fallite squadre dal blasone storico immenso Reggina, Reggiana, Bari, Messina, Modena, Parma, Foggia, Vicenza… Si contano più di 100 squadre. E allora non è il caso di domandarci se questo può essere considerato sport? Dove sono finiti i vecchi valori? Possono essere stati sopraffatti dalla moneta?

Dall’America, all’Asia, passando per l’Europa c’è un nuovo business economico: il calcio, attività agonistica dove il denaro è la prima cosa che conta.

Samuel Marino