Parlare del caso della Bolivia, dal punto di vista europeo, risulta difficile senza aver ben presente le sfumature dell’aspetto demografico ed economico presente nella Nazione sudamericana.

Un errore comune che in Occidente si possa fare nell’identificare le ragioni dell’instabilità politica che si stanno verificando nel Paese nei recenti avvenitmenti riconducendoli all’influenza degli USA, ma in quest’occasione la radice è molto più complessa e di natura interna, andiamo con ordine.

La Bolivia è uno dei Paesi del Sud America più poveri, con una storia di duraturo sfruttamento coloniale da parte delle potenze europee e comparativamente ai suoi vicini sudamericani il divario economico risulta palese.

Il divario economico risulta ancora più evidente se si volge lo sguardo a come tale (scarsa) ricchezza sia distribuita tra i vari gruppi etnici presenti nel Paese, tra i caucasici, in numero ridotto ma che detengono la maggior parte delle ricchezze, i mestizos che rappresentano l’unione tra caucasici ed etnie indigene presente in maggior numero comparabile per reddito alle nostre classi medie, e gli indigeni, classe sociale poverissima principalmente legate alle tribù Aymara e Quechua.

Proprio grazie a quest’ultima fascia di popolazione, l’ex Presidente Evo Morales ha mantenuto per quasi 2 decenni la propria carica, ben oltre la fase delle riforme socialiste che miravano a servizi sanitari e scolastici più accessibili ai meno abbienti, pensionamento pubblico,ecc. 

Queste riforme sono state finanziate attraverso una serie di nazionalizzazioni di compagnie energetiche oltreché da una revisione drastica degli accordi con le multinazionali estere, garantendo una crescita economica che oscillava tra il 4% e il 6% e una riduzione notevole degli indici di povertà. A incrinare il suo consenso ha influito maggiormente il referendum del 2016 nel Morales cercò di abolire una previsione costituzionale votata durante il suo terzo mandato, in seguito alla quale era stata approvata una riforma costituzionale che imponeva un massimo di due mandati presidenziali.

I votanti rispedirono al mittente il petitum e tale vicenda creò malumori e dicerie che lo accusavano lo dipingevano come un politico attacato al potere che cercava di mantenere saldo il suo dominio in seno al governo nazionale.

Il punto di crisi si raggiunse durante le ultime elezioni del 20 ottobre 2018, in cui si confrontavano Morales e Mesa, oscurate da accuse di brogli e corruzione, alcune delle quali confermate da alcune organizzazioni internazionali indipendenti. 

Da questo punto in poi iniziano scontri e proteste, molto spesso degenerati in violenza, peraltro in Paese fortemente lacerato da tensioni di tipico etnico, rendendo difficile da parte del governo i tumulti, anche in seguito all’ammutinamento da parte di alcuni corpi di polizia.

L’escalation culmina con le dimissioni e la fuga dal Paese del Presidente Morales e di alcuni ministri del suo governo, secondo le fonti internazionali su suggerimento delle forze militari per avviare un processo di pacificazione che porti a nuove elezioni democratiche, in un Paese sconvolto dai tumulti, attualmente svolge le funzioni di Presidente ad interim la vicepresidente Jeanina Anez, che ha già incassato il riconoscimento della legittimità della carica da Brasile e Venezuela.

Si apre ora una fase incerta per la bolivia, quel che si auspica è il proseguimento dei processi democratici e di un intervento fermo da parte della comunità internazionale al fine di evitare prese di potere autoritarie e di tutelare le fasce più deboli della popolazione dalle violenze degli ultimi giorni.

Andrea Giuseppe Santagati

Idee e pericoli in breve

Il concetto di democrazia, sebbene fosse ben diverso da come lo si intende oggi, nasce nella Grecia delle poleis, le città-stato elleniche, e attraverso un percorso di durata millenaria giunge fino all’età moderna, profondamente mutato. Le diverse condizioni sviluppatesi nel corso dei secoli, infatti, rendono sempre più difficile l’applicazione pratica dei principi proposti dalla democrazia ateniese (e quindi, di una democrazia nel vero senso del termine): l’aumento considerevole del numero degli interessati, cioè dei cittadini coinvolti, è un primo (forse insormontabile) ostacolo; la trasformazione della società, allora caratterizzata da una «grande semplicità di costumi» come affermava Rousseau, che oggi è pluralistica e investita di discussioni molto più «spinose», è il secondo ostacolo; in ultimo, per rimanere alle enunciazioni contenute ne «Il Contratto Sociale» rousseauiano, oggi non v’è quell’eguaglianza di «condizioni e fortune» né la parchezza nel lusso. Perciò, a causa di queste e altre condizioni, i moderni stati democratici hanno adottato il sistema della rappresentanza politica, punto focale della democrazia rappresentativa, basato sull’elezione di «fiduciari» o «rappresentanti». Operando in tal senso, però, sembra quasi che il cittadino sia davvero libero solamente nel momento delle elezioni, quando sceglie, nel segreto della cabina, il proprio rappresentante, e che dopo torni ad essere “niente”.                                                                                     Di conseguenza, partendo da questo assunto, l’esigenza di maggiore inclusione del cittadino nella vita e nelle scelte politiche è aumentata considerevolmente, in una democrazia del tutto rinnovata, passata da meramente politica a sociale.

Le risposte a questa necessità non hanno tardato ad arrivare, infatti già nel dopoguerra erano diversi gli stati che contemplavano istituti quali il referendum (abrogativo, consultivo e propositivo), utilizzato per tematiche di particolare rilevanza e che per ciò si ritiene debbano essere sottoposte alla diretta approvazione popolare; la petizione, veicolo delle necessità dei cittadini; la legge di iniziativa popolare, con la quale i propositori demandano ai rappresentanti la discussione di un tema ben preciso e il voto; e in ultimo la revoca degli eletti, cioè la possibilità di sollevare dall’incarico anzitempo il rappresentante eletto alle consultazioni elettorali: tale strumento, però, si posiziona a metà strada tra la democrazia rappresentativa e la democrazia diretta, poiché il delegato, anche se revocabile, rimane pur sempre un delegato.

Al di là di quanto evidenziato, è d’uopo rilevare che, come sottolineato da alcuni costituzionalisti in riferimento a questi istituti, non sarebbe corretto parlare di vera e propria “democrazia diretta” ma “partecipativa”. Tutto ciò, però, non bastava e non basta: perciò, è proprio in questo humus che (in)sorge, ancora più veemente, la richiesta di democrazia diretta, che non è, anacronisticamente parlando, quella degli antichi greci, adottata in alcuni piccoli paesi che si prestano a tale forma di autogoverno.

In un contesto quale quello odierno, non è possibile intendere per sviluppo democratico, quindi la maggiore inclusione del cittadino nell’assunzione delle decisioni, l’ingrandimento della platea di chi vota (e prende decisioni): infatti, il suffragio è già universale e la maggiore età è relativamente bassa. Per questo motivo, il processo di ulteriore democratizzazione deve tendere ad aumentare i luoghi nei quali il cittadino può esprimere le sue scelte e ciò può avvenire anche per mezzo della e-democracy.

La democrazia digitale, conosciuta anche come e-democracy, è il frutto delle numerose innovazioni nel campo tecnologico, il risultato della fusione tra democrazia diretta e digital transformation che può validamente rispondere alla necessità di moltiplicare le sedi di “voto” nelle quali può esprimersi il cittadino, oltre che cercare di contrastare il fenomeno crescente dell’astensionismo (diffuso particolarmente in Italia). Diversi progetti partitici sono sorti in questo settore; però, una delle iniziative ancor più interessanti proviene dall’Islanda, che aveva deciso di riscrivere l’intera Costituzione attraverso la diretta partecipazione dei cittadini e per mezzo dell’utilizzo dei social network. Invero, il vero modello da studiare e ammirare è l’Estonia, che da quasi quindici anni ha aperto le porte all’e-voting: infatti, i cittadini hanno utilizzato per la prima volta il voto elettronico durante le elezioni amministrative del 2005, esperienza replicata alle politiche del 2007 e in seguito. Spesso, però, il voto elettronico desta non poche preoccupazioni: difatti, ci si interroga sulla sua «segretezza» e sui possibili rischi di questa modalità di voto. È certo che il voto elettronico farebbe risparmiare un’ingente quantità di denaro e potrebbe ridurre il numero di astenuti, anche se, di contro, non tutti i cittadini possiedono la connessione internet. Perciò, è auspicabile un intervento sistematico volto ad aumentare la copertura Internet, in modo tale da poter cominciare a sperimentare l’e-voting anche in Italia: all’inizio potrebbe essere impiegato per consultazioni di minor rilievo, per poi venire utilizzato anche per le politiche. Inoltre, poiché il voto elettronico rappresenta una valida alternativa al modello attuale, è bene che l’Unione Europea promuova delle azioni a sostegno di questa misura, cosicché gli stati siano in grado di mettere in atto uno sforzo corale in tal senso.                                                                                                                

L’avvento dell’era di Internet, o meglio dell’era dei social, ha modificato profondamente il rapporto tra il cittadino e la politica. La diffusione di social networks quali Instagram, Facebook e Twitter ha annullato le distanze tra l’elettore e il politico, rendendo possibile un’interazione diretta e senza alcun filtro e avvicinando sempre più «governanti e governati»: infatti, è quasi impossibile trovare politici che non trasmettano in diretta o che non usino i social. Per di più è indubbio che questi nuovi meccanismi, sfruttati appieno dalla classe politica odierna, abbiano riscosso un così ampio successo da risultare spesso determinanti nelle ultime consultazioni elettorali.

Ed è anche questo che rende profondamente diversa la realtà politica della «Prima Repubblica» rispetto a quella odierna, incidendo profondamente sulla partecipazione politica. Insomma, dai circoli di partito ai commenti di Facebook. Inoltre, i social hanno reso possibile la diffusione veloce e ripetuta delle «bufale», meglio definite fake news, le quali, condivise da tantissimi utenti all’interno dei gruppi, assumono pian piano l’apparenza di verità. Titoli tendenziosi, notizie verosimili create su misura, condivisioni da record e immagini accattivanti sono le caratteristiche di una bufala digitale. Tutto ciò ha delle ripercussioni non indifferenti sul funzionamento della democrazia. Infatti, se addirittura la stampa, «quarto potere dello Stato», talvolta rischia di cadere nella trappola tesa dai «bufalari» digitali, figurarsi gli utenti, che spesso prendono per buono ciò che leggono senza curarsi di approfondire ulteriormente. Fortunatamente, le istituzioni hanno preso atto della portata notevole delle fake news e hanno agito per cercare di arginarle: ad esempio, la Camera dei Deputati ha presentato, due anni fa, il progetto #BastaBufale, un programma di educazione civica digitale volto al contrasto delle fake news, destinato agli studenti liceali.

In ultimo, avendo preso atto dell’importanza dei social networks nel terzo millennio, sarebbe necessario adeguare la normativa in materia di propaganda elettorale e politica online. Infatti, diversi paesi risultano sprovvisti di norme idonee a colmare tale vuoto normativo, lasciando i politici del tutto liberi di regolarsi autonomamente.                                                                                                    

Per concludere, la Democrazia non è morta, nonostante a volte manchi di «sana e robusta costituzione»; i problemi non mancano, certo, ma le soluzioni sono alla nostra portata. L’astensionismo, la disaffezione politica, lo scarto tra democrazia rappresentativa e diretta e le fake news non sono ostacoli insormontabili, anche se richiedono un’attenta analisi e il contributo di tutti, dal rappresentante seduto in Parlamento al cittadino seduto sulla poltrona di casa.

Elenio Bolognese

Circa un anno fa vedeva la luce nel DEF 2019 il c.d. Reddito di Cittadinanza, la tanto discussa manovra a cui si è legato indiscutibilmente il successo del Movimento 5 Stelle all’interno dell’agone politico italiano.

Le parti a favore del RdC ritenevano importante creare una rete di protezione alle persone indigenti per spingerle nuovamente all’interno del mondo del lavoro, chi era contrario, d’altro canto, riteneva che i soldi spesi a fronte dei benefici effettivamente ottenuti erano troppi e che la manovra avrebbe favorito una forma assistenzialistica, che incentivasse più a “rimanere a casa” piuttosto che una rete di protezione nelle more dell’attivazione delle politiche attivo d’impiego nella cosiddetta Fase 2 prevista dall’allora governo giallo-verde, e che si stessero facendo le cose troppo in fretta, al solo fine di capitalizzare in termini di consenso elettorale dall’approvazione del provvedimento.

Fatte le dovute premesse, possiamo chiederci, a circa un anno dalla sua approvazione, il Reddito di cittadinanza sta effettivamente funzionando? 

Secondo il rapporto Istat le richieste accolte (e quindi i nuclei familiari attualmente coperti dal sussidio) sono circa 960 mila, di cui il 60,3% provenienti dal Sud, a far da capofila Sicilia e Campania. Si rileva inoltre che l’RdC permetta di maturare, in media, assegni più alti rispetto al precedente ammortizzatore sociale, il REI, passando da una media di 300€ a poco di più di 500€.

Nucleo fondamentale del provvedimento è l’obbligo da parte dei percettori del RdC di sottoscrivere un patto di lavoro (anche se viene data facoltà di rifiutare fino a 3 proposte di impiego) al fine di reinserirsi nell’ambiente lavorativo. 

L’Istat ribadisce inoltre che il principale vulnus risiede proprio qui, dei circa 960.000 percettori, le convocazioni per procedere all’impiego sono state solo 200.000 e appena in 50.000 in tutta Italia hanno sottoscritto uno dei suddetti patti di lavoro ed è quindi riuscito ad uscire dal sistema di welfare e tornare parte attiva della vita economica del Paese.

Tale situazione di difficoltà nel riassorbire nel tessuto economico coloro che percepiscono il sussidio, in un certo senso, era stato ampiamente prevista dagli esperti per via del già noto divario tra domanda e offerta di lavoro alle regioni del Sud e delle Isole, e dalla mancanza di un tessuto produttivo tale che garantisca la piena occupazione a chi oggi versa in stato di indigenza o sia disoccupato.

Considerato l’elevato numero di richiedenti nella manovra si ritiene sia necessaria essendo l’Italia un Paese con un alto tasso di disoccupazione e di cittadini sotto la soglia di povertà, ma sicuramente migliorabile. All’attuale esecutivo si palesa l’opportunità di poter intervenire su due temi nevralgici, le politiche attive sul lavoro e delle politiche sociali, oltre che per l’efficienza della spesa in materia di sussidi, anche potenziando la capacità di far incontrare domanda e offerta da parte dei centri per l’impiego, investendo sul tessuto economico meridionale per creare nuove opportunità che diano nuova dignità a chi oggi risulta escluso dal mondo del lavoro.

Andrea Giuseppe Santagati