Roberto Vecchioni, classe 1943. 

Si definisce un poetastro, è professore, cantautore e scrittore di successo.

Intervistato da Daria Bignardi poco dopo il Sanremo che lo vide vincitore nel 2011 afferma che un mezzo artista come lui scrive liricamente tutto quello che ha dentro, non pensando di produrre qualcosa di politico o civico. 

Inevitabilmente però le sue canzoni, vere e proprie poesie, non fanno altro che trasmettere messaggi esistenziali e spingere a riflessioni di vita. 

Rivolto alle generazioni più giovani è il testo di “Sogna, ragazzo, sogna” pubblicato nell’aprile 1999 ed estratto dall’omonimo album.

È una canzone che colpisce sin dal primo ascolto, che causa un’immedesimazione automatica e immediata da parte dei più giovani ma che non è indifferente neppure a chi la gioventù l’ha già vista trascorrere.

È un invito a non smettere mai di sognare, a non lasciarsi trasportare dalle circostanze, a non arrendersi al fatto che la corrente sia sempre a favore del più forte perché la debolezza è ricchezza (Ma non è vero, ragazzo che la ragione sta sempre col più forte, io conosco poeti che spostano i fiumi con il pensiero e naviganti infiniti che sanno parlare con il cielo”). 

È un elogio alla bellezza e alla grandezza della vita (“La vita è così grande che quando sarai sul punto di morire pianterai un ulivo convinto ancora di vederlo fiorire”), che seppur complessa deve essere vissuta con fiducia, amando e permettendo agli altri di amarci (“Copri l’amore, ragazzo ma non nasconderlo sotto il mantello, a volte passa qualcuno, a volte c’è qualcuno che deve vederlo”)

Roberto Vecchioni si rivolge alla gioventù cinica, disincantata, stanca e per nulla speranzosa; a tutti coloro che sono senza sogni, che pensano di non poter fare nulla per cambiare le cose e per essere artefici del proprio destino, ma che si lasciano trasportare dalla corrente rifiutandosi di nuotare.

È “la generazione che si è allungata orizzontalmente nel mondo”, la protagonista de “Gli sdraiati”, romanzo di Michele Serra edito da Feltrinelli che ha per altro ispirato l’omonimo film diretto da Francesca Archibugi.

Pier Paolo Pasolini nelle sue “Lettere Luterane” si fa portavoce di un messaggio estremamente attuale e provocatorio, messaggio che dovrebbe essere recitato dalla voce di ogni giovane che si sente quotidianamente strappare i sogni e le speranze:

“Siamo stanchi di diventare giovani seri,
o contenti per forza, o criminali, o nevrotici:
vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare
qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare.

Non vogliamo essere subito già così sicuri.
Non vogliamo essere subito già così senza sogni.”

Mariapia Crupi

Quest’anno ricorrono i 52 dalla composizione di “29 Settembre” e 50 dalla prima volta in cui il vero destinatario di questo testo la cantò: quale miglior modo per festeggiare l’anniversario se non con la notizia che la discografia di Lucio Battisti è finalmente disponibile su Spotify?

Il brano, intitolato alla data di oggi, è controverso: venne scritto da Battisti e Mogol, era destinato al primo ma inizialmente venne cantato solo dagli Equipe 84 che lo resero il primo lavoro psichedelico italiano, mentre Battisti dovette aspettare il 1969 includendolo nel suo primo album Lucio Battisti. Perché non lo cantò subito Lucio? Il motivo è semplice: per i produttori discografici la voce di Lucio Battisti era “odiosa”, “Con quella voce che ha nessuno lo starebbe a sentire”, ma il tempo dimostrerà il contrario.

Il titolo si riferisce alla data di nascita della prima moglie di Mogol, Serenella, poiché lo scopo ultimo del brano è di mostrare la differenza tra ciò che si può provare per una persona durante una sera e quello che invece c’è e rimane di un affetto molto più lungo, incomparabili dato che il primo è una luce fioca di brevissima durata mentre la seconda è la vitale luce del sole. Nello scrivere questo testo, Battisti e Mogol si dimostrano attuali e moderni per il loro tempo: è il 1967, l’anno che precede le numerose manifestazioni del ’68, dopo le quali nulla sarebbe più stato come prima; esperienze come il tradimento sarebbero diventate di routine e le stesse parole “fedeltà” e “tradimento” non avrebbero più avuto la stessa concezione nella società. Per la struttura del testo, però, il tradimento potrebbe anche essere semplicemente avvenuto in un sogno; non essendoci alcun legame esplicitamente dichiarato con l’ipotetica donna tradita, sussiste la possibilità che si tratti di qualcuna a cui lui cerca di non pensare, lasciandosi distrarre dal sorriso di una qualsiasi ragazza per poi tornare con la mente sempre a lei. Lo stare con una donna ma averne in mente sempre un’altra è un motivo ricorrente nei testi di Battisti e Mogol.

Claudia Crescenzi