A cura di Mariapia Crupi

“Guardare le stelle mi fa sempre sognare, così come lo fanno i puntini neri che rappresentano le città e villaggi su una cartina. Perché, mi chiedo, i puntini luminosi del cielo non possono essere accessibili come quelli sulla cartina della Francia? Come prendiamo il treno per andare a Tarascona o a Rouen, così prendiamo la morte per raggiungere le stelle.”

Così scriveva Vincent Van Gogh in una lettera indirizzata al fratello Theo, esprimendo il fascino che il cielo notturno aveva sempre suscitato in lui. 

“Notte stellata sul Rodano” è uno dei suoi più celebri capolavori. Realizzato, secondo l’astrofisico Gianluca Masi, in una serata di fine settembre del 1888 intorno alle 22.30 sulla sponda orientale del fiume, è anteriore rispetto alla forse più celebre “Notte stellata”. 

Egli sosteneva che la notte fosse molto più ricca di colori rispetto al giorno e infatti in entrambe le opere spiccano colori molto intensi come l’arancione, il giallo, il blu cobalto, il blu di Prussia. 

“Notte stellata sul Rodano”, a differenza di “Notte stellata” è una rappresentazione piuttosto serena di un cielo notturno che si riflette totalmente, unitamente alle luci artificiali che illuminano la città, nelle acque del Rodano e in cui spicca sulla destra una coppia a passeggio. 

Un’atmosfera quieta e pacata della notte emerge anche da un frammento del poeta greco Alcmane vissuto alla fine del VII secolo a.C.:

“Dormono le cime dei monti e le gole,
i picchi e i dirupi,
e le famiglie di animali, quanti nutre la nera terra,
e le fiere abitatrici dei monti e la stirpe delle api
e i mostri negli abissi del mare purpureo;
dormono le schiere degli uccelli dalle larghe ali.”

L’uomo è assente da questa descrizione, si limita ad osservare ciò che lo circonda e a godere della tranquillità del paesaggio notturno.

In altri casi invece troviamo la quiete del paesaggio naturale opposta al tormento interiore di chi scrive. E’ il caso della poetessa Saffo, che abbandonata dalla donna amata scrive:

«È tramontata la luna
insieme alle Pleiadi
la notte è al suo mezzo
il tempo passa
io dormo sola.»

La notte è il momento dell’intera giornata in cui ci si può godere, liberi dalle proprie occupazioni, la bellezza del paesaggio; è il momento destinato alle riflessioni più profonde come quelle del pastore errante dell’Asia che interroga la luna:

“Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.(…)
Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perché delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.”

(Giacomo Leopardi)

La notte poi, ha fatto da sfondo degli amori più travolgenti:

“I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è soltanto la loro ombra
Che trema nel buio
Suscitando la rabbia dei passanti”

(Jacques Prévert)

Volgendo lo sguardo alle stelle, ci rendiamo conto della nostra limitatezza di fronte alla vastità dell’universo, ci interroghiamo chiedendoci proprio come Van Gogh come sia possibile che quei puntini non possano essere raggiunti come un qualsiasi puntino su una carta geografica.

La distanza che ci separa dalle stelle è smisurata ma infondo ognuno di noi, attraverso le asperità della vita, mira ad esse, perché per l’uomo non c’è nulla di più magico di una gigante massa gassosa che illumini il buio delle nostre notti.

Ci troviamo in un’epoca in cui i valori umani che abbiamo conquistato nel corso dei secoli, sono ormai talmente intrinseci a noi, che li diamo per scontati.  

Yi Fu Tuan, importantissimo umanista, parla della differenza fra spazi e luoghi e tra le sue tante riflessioni, vi è una in particolare. Nell’era della globalizzazione è più difficile sentirsi appartenenti ad un luogo, o forse, ci impieghiamo più tempo rispetto alle generazioni passate, ed anche se dovessimo sentirci parte di un territorio o di uno spazio qualsiasi, nel momento in cui aumenta l’attaccamento verso quest’ultimo, diminuisce sempre di più l’interesse nei suoi confronti e, di conseguenza, si cade nella cosiddetta “abitudine” e non si notano molti particolari che, invece, alle origini ci erano evidenti. 

Questo accade anche nei confronti della riconoscenza delle lotte femminili (considerate lotte femministe a pieno titolo solo con Virginia Woolf nel Novecento), che hanno permesso a noi donne di avere i diritti che oggi (non in tutte le parti del mondo) abbiamo. E’ importante, perciò, conoscere il percorso fatto da queste ultime.  Ad esempio, se oggi le donne hanno la possibilità di esprimersi e di poter scrivere un articolo di giornale, è grazie a personaggi come Aphra Behn, denominata “la prostituta della penna”o, in particolar modo, grazie alla diffusione dei primi giornali femminili: “The Femal Tatler” e “The Femal Spectator” , la cui iniziatrice fu Eliza Haywood. Durante il ‘700 era difficile accettare il fatto che una donna potesse mantenersi da sola, unicamente grazie alla passione della scrittura. Altre personalità importanti del mondo della letteratura dell’epoca, furono Mary Astell, sostenitrice della parità dei sessi e della rivendicazione dei diritti femminili e Mary Wollstonecraft, madre di Mary Shelley, con la sua opera “A vendication of the right of woman” tramite la quale incita le donne ad entrare a far parte di ambiti appartenenti unicamente alla sfera maschile, quale, ad esempio, il campo della medicina.  Fu proprio la figlia della Wollstonecraft a cambiare poi le sorti letterarie dei primi anni dell’Ottocento, ispirandosi ai principi materni, con la sua opera più importante, “Frankestain”, che fece molto scalpore essendo un gothic novel, emergente genere letterario ottocentesco, scritto da una donna. La Shelley riversò tutte le pressioni maschili che la circondavano, tra cui il marito, gli amici e persino l’editore, creando questo mostro nella sua opera . Seguì poi Jane Austen con “Pride and Predjudice” (Orgoglio e Pregiudizio) che presenta una donna NON vittima, mettendo in ridicolo i valori vittoriani, tra i quali, il mercato del matrimonio. E’ proprio nell’epoca vittoriana, però, che in Inghilterra furono emanati degli atti a favore della donna. Atti che regolarizzavano il lavoro nelle fabbriche, che permettevano alle donne di avere il riconoscimento dei propri figli, di poter divorziare dal marito e di avere delle proprietà.  

Nel Novecento, si parla, invece, di New Woman.  Le donne cominciarono a fumare in pubblico, a farsi una passeggiata in bicicletta e a sentirsi più autonome tanto da ribellarsi al concetto di donna che doveva  unicamente badare ai figli e alla vita domestica. Fu per questo additata dalla società come “strana”. E’ il caso, appunto, di Virginia Woolf che ebbe il coraggio di vivere anche la sua omosessualità e con “Mrs Dalloway”, incarna nel personaggio di Clarissa la sua stessa immagine: una donna cinica, annoiata che non si lascia comandare da nessuno in qualsiasi ambito che sia politico, religioso o familiare.

Ai giorni d’oggi, invece, abbiamo perso proprio questi valori così tanto sudati dalle donne del passato. Basti pensare al fatto che i libri vengono scritti per scopo di lucro da donne che hanno perso la passione per la scrittura. I social, ormai, vengono più utilizzati per sponsorizzare prodotti, invece di sfruttarli per far valere i nostri diritti e aiutare le donne che ancora non li hanno mai assaporati. E’ quindi il caso di credere che una volta raggiunti, i diritti perdono importanza?

Martina Siclari

La prima guerra mondiale è stato il fenomeno storico-sociale che maggiormente ha influito sui vari settori della vita e della cultura del primo novecento, tra cui la letteratura.

Varie sono state le opinioni e le impressioni dissonanti su tale evento, tra le più celebri vi sono quella di Gabriele D’Annunzio e di Giuseppe Ungaretti: poeti che ne hanno fatto un’esperienza diretta.

Il primo è stato un’interventista, un carismatico e potente uomo mosso dalla smania di attivismo. Esaltante del culto del bello, meglio conosciuto come estetismo, definiva la guerra come mezzo di espressione della grandezza e del fascino del superuomo che si elevava dalla massa. Si ricorda un glorioso D’Annunzio alla guida dei pericolosi MAS, motoscafi armati siluranti il cui acronimo indica la locuzione latina Memento audere semper.

Lui elogiava il mito del superuomo che si elevava al di sopra della massa e che mostrava tutta la sua magnificenza nell’attività bellica.

 Ungaretti, a sua differenza, affermava di aver ritrovato tutta la miserabilità, la disumanità e l’atrocità degli uomini nella guerra. Ritiene quest’ultima straziante, però propedeutica per riscoprire i veri valori della vita quali la fratellanza, l’amicizia, l’amore e la solidarietà. In “Veglia”, infatti, ammette di non essere mai stato tanto attaccato alla vita prima di allora.

La condizione del soldato a fronte non è più eroica, bensì instabile. In “Soldati” ne descrive la condizione precaria, paragonandola a quella delle foglie in bilico sugli alberi in autunno, pronte a cadere. “Allegria di naufragi”, invece, l’allegria del marinaio che riesce a sopravvivere al naufragio è assemblata a quella del soldato sopravvissuto alla guerra.

Tutti i civili che ci hanno obbligatoriamente preso parte, infatti, non erano spinti sempre da uno spirito patriottico ed eroico, bensì dalle minacce. Molti, non a caso, si davano alla fuga o si causavano infortuni per non partire.

Emanuela Francini