RIMEDIO: L’ASTRONOMIA

a cura di Luca Martini

Parte 6 – Notizie dal mondo

“Signor Caia?”

Apro un occhio solo, quello più vicino al cuscino. O meglio, s’apre da sé, come se qualcuno avesse schiacciato qualche pulsante nascosto nella mia testa. Il mio occhio sinistro si sveglia prima di me. Svegliarsi in fondo non è questo? Aprire gli occhi, o quanto meno, uno dei due.

 “Signor Caia, è in casa?” 

Sento chiamare il mio nome ma faccio finta di nulla. 

Un brivido attraversa il mio corpo e mi accuccio meglio tra le coperte.

 “Matteo Caia?”

C’è qualcuno che mi sta chiamando, si, ma io tergiverso. Questo letto è così comodo. Anzi, accomodante. E’ di quelli che assecondano la forma del corpo, proteggendomi, rassicurandomi. Come il cuscino, imbevuto del mio odore. 

Sento battere sulle tapparelle. Bum! Bum! Bum! I suoni mi giungono però ovattati. O forse sono i miei sensi che si destano poco alla volta. L’udito, con quel mio nome sussurrato o gridato, ancora non capisco. Il tatto, in questo tepore morbido che mi custodisce. La vista…

La vista!

Spalanco anche l’altro occhio e sollevo immediato il capo. Non dico che mi sollevo dal letto, no. No, non esageriamo. Ma sollevo il capo e gli occhi strabuzzano. 

Le tapparelle della portafinestra sono quasi completamente abbassate. Ma quel quasi è sufficiente a lasciare che i brevi spiragli orizzontali filtrino la luce del sole basso del mattino. Su questi fasci di luce che entrano timidi, ma netti, il pulviscolo gioca disordinato. A sinistra, nella penombra, l’armadio in legno di mogano mostra un’anta rimasta aperta, che lascia intravedere qualche vestito gettato dentro con poca cura. Di fronte, la porta che conduce in corridoio è schiusa. Accanto, il grande specchio riflette gli spiragli di luce, amplificandoli. A terra qualche calzetto e fogli di giornale. 

Camera mia!  

Bum! Bum! Bum!

Intravedo due ombre, oltre le tapparelle. Chi può essere a quest’ora? Non voglio farmi trovare, chiunque sia.

“Signor Caia, è in casa?” 

Rifletto velocemente su quanto miei eventuali movimenti all’interno della camera possano essere notati da fuori. Finché resto nel cono d’ombra e sto lontano dagli spiragli di luce dovrei riuscire a non esser visto. Va bene, azzardo, perché il desiderio di capire chi sia è troppo forte. Voglio vedere, non visto. Credo si dica spiare

Le due ombre sono ancora lì, non se ne vanno. Decido di compiere gesti cauti e lenti, cercando di non fare il minimo rumore.  Scosto le coperte e poggio un piede sul pavimento. Subito avverto il calore del parquet e nella mente s’accende qualcosa che prende il sopravvento. Questo è parquet penso, non acciaio. Ed è un pensiero che mi bussa alla mente così, senza motivo. Forse reminescenze di un sogno che ho fatto. Qualcosa che ha a che vedere con lo spazio, ma non ne sono sicuro. Non mi interessa. I sogni servono a chi dorme. Io invece sono sveglio, cazzo, ed è tutta colpa di questi due disgraziati che s’ostinano a battere contro le tapparelle.

Approfitto del rumore che fanno per scendere piano dal letto e posizionarmi contro la parete, accanto alla portafinestra. 

“Eppure la sua macchina è qua.” Sento dire da uno di loro. 

“Vorrà dire che ripasseremo più tardi.” Gli risponde l’altro. 

Finalmente se ne stanno andando. Aspetto ancora qualche secondo poi mi decido a spiare fuori. Vedo due figure di schiena allontanarsi, raggiungere la strada, salire in macchina. 

Sono poliziotti. 

Poliziotti? E che cosa vogliono da me?

Osservo la camera, come se possa darmi qualche risposta. Le mutande sul pavimento sono un inizio. Me le infilo e poi vado all’armadio, apro pure l’altra anta,  per rovistarci meglio dentro, ma subito mi rigiro, di scatto, in direzione della portafinestra. Non mi sento al sicuro. Forse il loro è solo un bluff, girano l’angolo, e ritornano a piedi. 

Lo sguardo si posa sul comodino: il mio telefono! Attraverso la stanza in mutande, mi vestirò dopo. Forse. 

Accendo il telefono, restando sempre nella penombra. Il piccolo suono che emette mi innervosisce. Ssst! Mi chiede il PIN e m’infastidisce doverlo richiamare alla memoria. Ecco, la memoria è come un cassetto che non voglio aprire. Come questi spiragli di luce che oggi mi sono nemici e non complici. Non ricordo, il PIN, quello si, ma per ora non voglio sapere altro. Un principio di mal di testa rende questa mattina ancora più brutta. Che brutto risveglio accidenti. Vorrei tornare a dormire e fregarmene, magari tirando giù del tutto la tapparella così che il buio totale possa coccolarmi come questo letto sfatto. Ma se lo facessi tradirei la mia presenza in casa. Subito questi pensieri vengono interrotti dalla vibrazione continua del telefono. Trentatré messaggi. 

Ma cosa diavolo…? Sono tutte chiamate ricevute mentre era spento. Tutte del mio direttore. Cosa cazzo sta succedendo? Dovrei essere al lavoro? Che giorno è oggi? Forse è domenica. Non lo so, ma se non mi fossi presentato al lavoro non sarebbe lui a chiamarmi. E certo non lo farebbe per trentatré volte. Rifletto un attimo. Deve essere successo qualcosa. Qualcosa di grosso. 

Un grosso guaio.

Ancora quella sensazione di avere fatto uno strano sogno, e questo mal di testa, sempre più forte. E più circoscritto: sulla parte alta della fronte, come se avessi sbattuto contro qualcosa. Mi porto allo specchio e mi scruto il viso. Non c’è niente. La mia faccia, quella sì, assonnata. Ma null’altro, nessun bernoccolo, nessuna ferita. Fisso il telefono, ancora stretto in mano, e decido di spegnerlo. La paura che il direttore possa chiamarmi proprio ora è tanta, io non saprei cosa dirgli ecco. Non voglio parlarci. Magari domani, e m’inventerò una scusa. Le scuse, già, la prova che non siamo soli, su questa terra, e che abbiamo delle responsabilità nei confronti di chi ci vive accanto. Ecco, a cosa servono le scuse, a scansare questa responsabilità.       

Il mio sguardo si posa ora sull’armadio, ora sul letto. Non so che fare. Mi capita a volte di restare sospeso, in mezzo alla stanza, minuti interi, ore. Anche giorni, anni. Sospeso in piedi, in mezzo alla stanza, in attesa di decidere cosa fare. In attesa in realtà che il tempo passi. Che oggi divenga domani. Rinuncio a vestirmi e mi ributto a letto. Qui nessuno potrà tediarmi, o farmi del male. 

Il telefono è spento, la casa silenziosa e ben chiusa. E’ come se non esistessi e questo mi fa stare bene. Oggi va così, domani, magari…

O anche più tardi, quando mi sveglierò di nuovo. Si perché ora vorrei tanto riaddormentarmi e privarmi così non solo di tutto il mondo fuori, ma anche di questi pensieri fastidiosi, come il mal di testa che non mi abbandona. Basta. Buona notte, o forse dovrei dire buongiorno ma questa per me è come una notte. Una lunga notte, un grande scialle nero che si adagia sopra ogni cosa. Il termine scialle nero solletica ancora la mia memoria quando sento suonare al campanello. 

Driiin. Driin. 

Oh merda, ancora. E’ la polizia? Sono già tornati. Evidentemente anche stamattina devono aver fatto così: prima hanno suonato alla porta di casa, ma non trovando risposta sono passati per il cortiletto interno, fino a raggiungere la camera sul retro. Possono farlo, senza un mandato?

Driin. Driin.

Lo rifaranno? Devo approfittarne ora, scendo veloce dal letto e, così come sono, esco dalla camera e attraverso il corridoio. Giunto in sala mi blocco: ora devo fare piano, pianissimo. Nessun rumore. 

Io non sono in casa. Io non esisto.

Raggiungo la porta e con gesto da chirurgo, sollevo lo spioncino. 

Spioncino, curiosa parola. Non esisto eppure spio. 

Laura! E’ Laura, mia sorella. Dovrei spalancarle la porta, eppure c’è qualcosa che non va. E’ la sua espressione: sembra irata, o meglio, appesantita da qualcosa. I lunghi capelli biondi le cadono disordinati oltre le spalle, e gli occhi, dio mio, gli occhi sono lucidi e non riesco a capire se perché ha pianto o per la collera che cerca di contenere.

Driin. Driin. 

Si aggrappa al campanello, guardando spesso in strada. 

“Matteo! Matteo! Lo so che ci sei, maledizione apri!”

M’impietrisco, lì, sulla porta, ingobbito allo spioncino basso. Trattengo il respiro ché ho il terrore che lo possa udire. Perché a dividerci è solo questa porta chiusa. 

“Matteo dove sono i soldi? Dove cazzo hai messo i soldi!” 

Laura fissa la porta e per un attimo ho come la sensazione che stia vedendo il mio occhio muto aggrappato allo spioncino. Ciononostante non mi muovo. Passano attimi infiniti fino a quando, finalmente, la vedo allontanarsi. 

Attraversa la strada diventando sempre più piccina. Esce dalla visuale.

Mi sollevo dritto e riprendo a respirare. I soldi? Quali soldi? 

Sento freddo, lunghi brividi m’attraversano il corpo e vorrei tornare a letto ma appena mi volto la sala si dilata, lentamente ma inesorabilmente, ogni cosa è più lontana, tutto si distanzia da me ed io allora mi distendo ma il freddo è tagliente e mi toglie il respiro fino a chiudermi in posizione fetale. Galleggio, ché anche il pavimento ormai è lontano, laggiù, nel vuoto più assoluto.

Spalanco gli occhi.

La camera d’acciaio dell’astronave si mostra in tutto il suo algido silenzio. 

No. No ti prego. 

Scendo dal letto e riconosco subito quella sensazione fredda sulla pianta del piede. Mi porto all’oblò e nel suo riflesso scorgo la ferita sulla mia fronte. Oltre, il buio permea ogni cosa. 

(CONTINUA)