Cgia Mestre

Questi ultimi anni sono stati caratterizzati da un lento ma inesorabile indebolimento degli organi statali che istituzionalizzavano la comunanza del destino di un popolo e di una nazione.

L’effetto, intenzionale o meno, della mancanza di una visione a lungo termine politica votata democraticamente e, di conseguenza, l’ instabilità politica nazionale, è stato la trasformazione della comunità da fonte di sicurezza a un peso per l’individuo: un carico aggiuntivo da portare che non migliora più di tanto la vita individuale, ma che purtroppo non ci si può scrollare di dosso facilmente.

Sempre più spesso ci confrontiamo con i bisogni della comunità unicamente in qualità di contribuenti: non si tratta più della nostra responsabilità condivisa e della nostra protezione dagli incidenti e dalle sventure che possono colpire chiunque, ma di quanto mi costerà prendermi cura di non può provvedere a se stesso. Chi rivendica testimonia il fatto che è un parassita, mentre la pretesa di vuole contribuire del tutto, o non contribuire del tutto, pare non abbia la stessa medesima caratteristica.

Il risultato, naturalmente, è che la qualità dei servizi forniti dalla collettività peggiora ogni giorno di più. Quando possibile, ci si tira fuori a suon di quattrini da un destino di scuole malandate, ospedali sovraffollati, misere pensioni di anzianità e malridotti trasporti pubblici. Più ci comportiamo da spendaccioni individuali e privati (chi se lo può permettere), più motivi abbiamo per continuare a farlo, perchè le scuole pubbliche diventano sempre più scalcagnate, le code dell’ospedale più lunghe e le pensioni più esigue. Di pari passo, sempre con la stessa mentalità individualista, vediamo sempre meno motivi di sacrificarci per chi non fa altrettanto per noi.

Lungo questa china c’è un punto, forse già superato abbondantemente, in cui le persone trovano molto difficile concepire quali vantaggi possano trarre dall’unire le forze, quali miglioramenti possano derivare dal gestire una parte delle proprie risorse congiuntamente, invece che individualmente.

Pagare le tasse in Giappone, non solo è un dovere che la maggior parte dei cittadini dà per scontato. Spesso è anche un piacere. Sia perché – con le dovute eccezioni e manchevolezze – i servizi che lo Stato, le prefetture (equivalenti delle nostre Regioni) i comuni e i quartieri offrono in cambio del prelievo fiscale sono numerosi, efficaci e sopratutto puntuali. Sia perché il rapporto stato-cittadino, che dal punto di vista istituzionale, politico e spesso anche giuridico è decisamente impari, dal punto di vista fiscale è invece basato sulla reciproca fiducia, sulla collaborazione, più che sul reciproco sospetto e vessazione.

Ferdinando Paviglianiti

Di Gisella Carullo

Diabolik è senza ombra di dubbio uno dei mostri sacri del fumetto italiano, nato dal genio di due sorelle milanesi Angela e Luciana Giussani. Due belle, colte, spiritose e inquiete signore della buona borghesia milanese che ebbero il coraggio di diventare imprenditrici di se stesse in anni in cui una simile operazione era a dir poco anomala, e che non esitarono ad affrontare accuse e critiche, processi e sequestri pur di perseverare nella loro “grande avventura”. Emerso agli inizi degli anni sessanta e tuttora pubblicato ed apprezzato, seppur con le dovute trasformazioni del tutto inevitabili data l’esperienza ormai quasi cinquantennale. Diabolik si presenta al lettore il primo Novembre del 1962 come “Il re del terrore”, dal titolo del primo numero. In poco tempo raggiunse alte tirature arrivando a diventare un fenomeno di costume studiato da sociologi ed esperti di comunicazione. Ha portato alla nascita del genere del fumetto nero italiano del quale è stato il precursore generando numerosi epigoni a partire dal 1964, quando il fenomeno esplose, pubblicati nel caratteristico formato libretto tascabile che la testata fece diventare famoso e imitato dopo aver esordito in edicola nel novembre 1962; viene da allora edito senza interruzioni e ha superato gli 800 numeri pubblicati; i primi numeri della serie hanno raggiunto elevate quotazioni nel mercato del collezionismo. l formato degli albi di Diabolik, di piccola dimensione per poter essere tascabili (11,5×16,9 cm), venne ideato per venire incontro alle esigenze dei pendolari che Angela Giussani osservava ogni mattina da casa sua nelle vicinanze della stazione e divenne lo standard anche per tutti gli epigoni. 

Il primo numero ha una copertina realizzata da Brenno Fiumali, mentre la storia venne disegnata da un autore indicato solo per cognome: Zarcone. La trama è congegnata in modo che il lettore non sa all’inizio chi sia veramente Diabolik, che diviene una figura inquietante e imprevedibile. 

Il personaggio di Diabolik è inizialmente un ladro e spietato assassino che riesce quasi sempre a portare a compimento i suoi piani criminali. Fidanzato inizialmente con Elisabeth Gay, incontra poi la meravigliosa Eva Kant, che diverrà la sua compagna di vita oltre che sua complice derubando senza scrupoli ricche famiglie, banche ricchi o altri personaggi arricchitisi a loro volta spesso in maniera illecita; con i proventi delle rapine si garantiscono una vita agiata, oltre a finanziare nuovi e complessi piani criminosi. Col tempo il personaggio acquisirà una sua morale diventando più umano ma sempre rimanendo un criminale; anche la sua spalla, Eva Kant, evolve col tempo divenendo da amante sottomessa a complice indispensabile.

Il personaggio non usa armi da fuoco, se non molto raramente, e talvolta caricate con aghi narcotizzanti dimostrando comunque una mira infallibile. Usa in generale pugnali o altre armi bianche spesso dotati di accessori nell’impugnatura come una torcia elettrica o gas narcotizzanti o altri congegni lancia aghi avvelenati. Il personaggio è abile nel lancio dei pugnali divenendo questa una caratteristica della serie. Inoltre conosce molti tipi di veleni e droghe grazie a quanto appreso sull’isola di King. Le droghe provocano gli effetti più disparati, dalla confusione all’annullamento della volontà del soggetto pur mantenendone lo stato di coscienza, fino ad arrivare a tecniche di condizionamento per mezzo dell’ipnosi. I veleni vengono iniettati spesso con aghi con cui punge direttamente la sua vittima o che spara tramite un tubicino. Ha una automobile Jaguar E con dispositivi per seminare gli avversari. Inoltre la sua fama di spietato criminale è ormai tale che basta la sua sagoma nera nel buio della notte per incutere terrore nelle vittime e pochi osano sfidarlo. Le maschere con le quali il personaggio camuffa la propria identità sono un elemento essenziale delle trame. Sono composte da una sostanza artificiale che simula la pelle umana e grazie alla quale riesce a replicare le fattezze delle sue vittime grazie alla straordinaria abilità nel modellarla riuscendo a riprodurre perfettamente i lineamenti di un volto. Questa sostanza è una resina vegetale proveniente da una piccola isola immaginaria i cui abitanti sono legati a Diabolik da un sentimento di riconoscenza. Successivamente è riuscito a sintetizzarla in laboratorio. 

Il fenomeno Diabolik, ed il suo enorme e costante successo nell’arco di mezzo secolo è anche attribuibile al suo adattarsi ai tempi ed ai mutamenti storici e sociali. Diabolik negli anni è diventato, ad esempio, meno vendicativo e crudele ma sempre più furbo dei suoi avversari. Il comportamento con la sua donna muta, in coincidenza con il femminismo, da autoritario e padrone ad accondiscendente e tollerante, con un Eva sempre più sicura di se e capace di imporre le proprie idee e ritagliarsi i suoi spazi in un atteggiamento tipico della donna moderna. Questi ed altri piccoli ma fondamentali cambiamenti, calati su una intelaiatura solida data dall’approccio classico della lotta tra il bene e il male, ha portato Diabolik ad essere uno dei più letti e apprezzati fumetti della storia italiana di tutti i tempi.

In assenza di un manifesto preciso o di un documento programmatico, nel corso del XX secolo, l’arte cede spazio non ad un movimento, bensì ad una vera e propria corrente artistica denominata da Apollinaire (dopo aver visto le opere di De Chirico) “Metafisica”, il cui significato è “dopo la fisica”. Un rapporto nuovo nei confronti della realtà, ciò sta ad esprimere un mondo appunto al di là del tangibile, del mondo sensibile percepibile per mezzo del corpo e dei sensi. Un mondo in cui il silenzio più assoluto regna sovrano nell’immobilità e nell’ordine enigmatico delle cose, tenute a dare l’idea di mistero e desolazione e accostate senza una logica, in cui non conta né un prima e né un dopo. I tratti principali che descrivono un’opera metafisica sono: la precisa definizione delle cose, dovuta a contorni scuri sottili e netti; la fisionomia schematica e non particolarmente elaborata; la privazione di una vera e propria prospettiva e profondità dal momento che le immagini sono lisce e piatte; infine la presenza di grandi ombre monocrome. In particolare Giorgio de Chirico è il maggior esponente di questa corrente, propose al Salon des Indépendants di Parigi le sue prime opere percorse da luci irreali ritraenti: torri, manichini composti di materiali differenti e dal significato contrastante, piazze desolate, fredde e statiche statue; fondendo elementi moderni con elementi più classici.

Durante il periodo della prima Guerra Mondiale De Chirico si trovava a Ferrara (in Emilia Romagna), città metafisica per eccellenza per la sua particolare conformazione urbanistica ed architettonica risalente al periodo rinascimentale; per tal motivo decise di ritrarla in una parte di sfondo in uno dei suoi celebri dipinti, “Le muse inquietanti”. Vi si accede seguendo una passerella fatta in assi di legno, in disarmonia con l’idea di piazza urbana. Al contempo lo sguardo si sposta sulle due ciminiere in mattone ormai in disuso dipinte a fianco della città disabitata. È in oltre curioso notare che i punti di vista del quadro sono due, un punto alto per la parte inferiore e al contrario uno basso per quella superiore. Davanti alla scena sono rappresentate due figure misteriose…Quella a sinistra in piedi è Melpomene, Musa della tragedia, non è raffigurato un vero e proprio corpo, la parte bassa è in realtà una parte di colonna di ordine ionico, semplice, avente profonde scanalature e poggiante su un basamento circolare. Il busto rappresenta la parte superiore di una statua, mentre la testa disumana, priva di volto, ricorda i manichini utilizzati dalle sarte. A fianco, la figura seduta è Talia, Musa della commedia, che si avvolge in una stretta. La testa, simile ad una maschera africana, è presente ma non riportata sul collo, bensì la ritroviamo appoggiata o quasi abbandonata a terra. L’opera rappresenta un’atmosfera vuota, le prospettive sono deformate, ritraggono forme provenienti da un contesto di vita, ma con essa non hanno nulla a che fare, piuttosto stanno a simboleggiare la privazione di vitalità nella realtà, la somiglianza con la morte. De Chirico suggerisce dunque di andare “oltre” le cose in sé, di interrogarsi sul perché della loro esistenza oltre le leggi fisiche, al cospetto dell’essenza. E qui arriviamo al perché la scelta di accostare il termine “inquietanti” a figure mitologiche quali le muse, protettrici degli artisti e portatrici di ispirazione. In questo caso, il compito di esse è quello indicare la via che va oltre le apparenze, che si dilunga verso il mistero mettendoci direttamente in contatto con quest’ultimo e con la pura realtà. Il senso delle cose per l’artista va oltre, non vede con la nostra stessa percezione, va oltre il tempo e soprattutto oltre la razionalità.

Poi starà ad ogni singolo osservatore indagare l’opera e passeggiare sulla strada verso l’ignoto, cosa ci attende?

Matilda Balboni